Martedì 18 Febbraio 2020 | 01:30

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Le informazioni omesse nei prospetti informativi pubblicati dalla PopBari «hanno concretamente impedito la conoscenza della vicenda in tutti i suoi aspetti», traendo in inganno i risparmiatori sui reali rischi collegati all’investimento in azioni della banca, azioni il cui prezzo è stato oggetto di «falsificazione». Sono i motivi alla base dell’appello presentato dalla Procura di Bari contro il rigetto di alcune delle richieste di misure cautelari nei confronti dell’ex presidente Marco Jacobini, del figlio Gianluca e del dirigente Elio Circelli.

L’ordinanza del gip Francesco Pellecchia che il 31 gennaio ha portato ai domiciliari i due manager e il dirigente del bilancio non ha infatti riconosciuto i gravi indizi di colpevolezza per tre delle 13 accuse di falso in bilancio, per cinque delle sei ipotesi di falso in prospetto e per i presunti maltrattamenti nei confronti dell’ex dirigente Giorgio Sabetta. E così il procuratore aggiunto Roberto Rossi e i pm Savina Toscani e Federico Perrone Capano hanno presentato l’appello che sarà fissato nelle prossime settimane. Dopo, comunque, che lunedì i tre arrestati compariranno davanti al Riesame per chiedere la revoca dei domiciliari.
La tesi dell’accusa, che valorizza le indagini della Finanza e una complessa consulenza tecnica sui bilanci 2014-2017 della Popolare di Bari, è che gli Jacobini abbiano volontariamente occultato la reale situazione contabile dell’istituto (oggi valutate in 2 miliardi di euro), omettendo di iscrivere le reali perdite e utilizzando artifici come le imposte anticipate (che per le banche sono credito d’imposta) e una cartolarizzazione fantasma da 500 milioni. Un meccanismo in cui avrebbe avuto un ruolo particolare Gianluca Jacobini, ex condirettore e vicedirettore generale, definito «dominus» di tutta la vicenda: per questo l’accusa gli contesta anche le decisioni (la semestrale 2018) che il cda della banca ha preso in sua assenza, considerandolo «concorrente morale» nel reato.

Altro tema quello del prezzo delle azioni. L’aumento di capitale che ha coperto l’acquisizione di Banca Tercas, dice la Procura di Bari, sarebbe avvenuto con un sistema non trasparente e piazzando le azioni di PopBari a un prezzo (prima 9,53, poi 7,5 euro) ritenuto ingiustificato. Una tesi condivisa dal gip Pellecchia, che però non ha concesso l’arresto sulla vicenda collegata che riguarda Aviva: la società assicurativa inglese ha stipulato con la banca barese un accordo di distribuzione dei propri prodotti che includeva anche l’obbligo di acquisto di azioni per 50 milioni di euro. Questo investimento, però, sarebbe stato gestito dalla banca in maniera poco trasparente, perché solo una parte dei soldi è transitata dal sistema di negoziazione interno (ha cioè consentito di vendere le azioni a una parte dei soci risparmiatori), mentre 25 milioni di euro sono stati oggetto di un aumento di capitale riservato. E dunque - a seguito di una transazione con Aviva - i soldi sono finiti nelle casse dell’istituto, anziché tornare ai risparmiatori che avevano chiesto di esercitare il diritto di recesso: secondo l’accusa i manager della PopBari avrebbero dovuto dare notizia di quella transazione alla Consob e ai propri soci. «Vi era - secondo la consulenza dei periti della Procura - la volontà del consiglio di amministrazione di escludere del tutto la liquidazione delle azioni in favore dei soci recedenti con fondi propri, lasciandoli irrimediabilmente prigionieri dei loro titoli clamorosamente svalutati».

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