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Il Politecnico sceglie il rettore «Più fondi. E basta con i baroni»

Le scommesse, le idee e le provocazioni dei cinque ingegneri candidati

Il Politecnico sceglie il rettore «Più fondi. E basta con i baroni»

Foto Luca Turi

BARI - «Qui tra noi c'è il prossimo rettore». La frase pronunciata da Riccardo Amirante batte il tempo come un gong per avviare la discussione tra i cinque candidati rettore del Politecnico, proprio all'inizio del forum organizzato nella sede della Gazzetta.

Una corsa a cinque tra lo stesso Amirante, Francesco Cupertino, Umberto Fratino, Orazio Giustolisi e Mario Daniele Piccioni, una «competizione», come sono pronti a definirla tutti, che tuttavia sembra non animare gelosie o rivalità tali da portare a colpi bassi. «Non siamo espressione di 5 partiti politici – sottolinea Giustolisi – piuttosto sportivi ad una competizione. Come se corressimo la 100 metri». «Siamo persone che si confrontano – fa eco Amirante – e il confronto garantisce sempre ricchezza con idee che si travasano».

Il Politecnico in questi anni ha cambiato pelle: «Siamo usciti da una sorta di spazio gestito dai “baroni”», una affermazione sulla quale tutti concordano.
Certo la quiete di pacifico confronto è solo superficie, sotto si agitano personalità forti, anime, sensibilità, pronte a darsi battaglia. E non potrebbe essere altrimenti: la carica in palio è centrale, anche se di una piccola realtà che soffre anche di minore visibilità rispetto alla sorella maggiore Università. «Tanto per dare la misura, la Scuola di Medicina è molto più grande del Politecnico», spiega Fratino, che da buon ingegnere non perde l'occasione di fare calcoli e dettare misure. «Per non parlare di quanti scambiano il Politecnico con il Policlinico – fa eco Cupertino –. A volte persino scrivendo in word ti fa il cambio automatico, mentre i più in città ci confondono proprio con l'Università».
«Eppure il Politecnico è un brand importante. Una realtà che si fa valere anche rispetto ai più propagandati di Torino e Milano – incalza il direttore della Gazzetta Giuseppe De Tomaso -. Sul territorio non si può parlare di sviluppo senza il supporto alle imprese che può dare il Politecnico. Basti pensare a quanto fatto con la Mermec di Pertosa, al quale è stata assegnata recentemente la laurea honoris causa e quanto si potrà fare per lo sviluppo del progetto dello spazioporto europeo a Grottaglie».

Mancano i fondi «Peccato che non abbiamo i soldi per pagarci il biglietto per il viaggio nello spazio», chiosa con una battuta Cupertino, mettendo sul tavolo immediatamente uno dei problemi principali: la scarsità di fondi e risorse necessarie per far veramente crescere il Politecnico. E sul tema sono quasi tutti d'accordo: servono finanziamenti e dallo Stato più che dalle imprese, se non altro perché le necessità sono strutturali. Più fondi significherebbe poter bandire più concorsi ed allargare il numero di ricercatori e docenti, seguire più progetti, magari permettersi un ufficio a Bruxelles e vedere di drenare anche risorse comunitarie, insomma entrare in un circolo virtuoso e di sviluppo. Questo è di certo uno dei temi che trova totalmente in sintonia i cinque candidati che insieme amano scherzare sulla campagna elettorale. «Cene, favori, benefit, promesse varie? Ma per chi ci avete preso!».

Il tessuto imprenditoriale Torniamo alle cose serie. «Noi siamo inseriti in un tessuto imprenditoriale diverso da Torino o Milano – sottolinea Piccioni -, inutile nascondercelo. Arrivano poche risorse dal territorio».
«In Italia c'è un'abitudine – spiega Giustolisi – di fare le nozze con i fichi secchi. I fondi sono essenziali per una struttura come la nostra, per poter accettare nuove sfide. Ben vengano i progetti in comune con le imprese, ma serve denaro per sostenere anche le ricerche meno fashion e più concrete. Mi riferisco alla ricerca di base, per questa serve l'intervento dello Stato. Invece il ministero non fa altro che tagliare, molto più alle Università del Sud rispetto al Nord, penalizzandole».
«Ancora prima di puntare ad un progetto come quello dello spazioporto sarebbe meglio se una realtà come il ministero delle Infrastrutture decidesse di investire sulle infrastrutture nazionali – spiega Piccioni con concretezza tutta ingegneristica -. Il caso ponte Morandi a Genova si potrebbe tranquillamente riproporre ovunque. Abbiamo infrastrutture realizzate negli anni '60 e '70 e per le quali non è mai stata fatta alcuna “visita medica” e utilizzate con carichi ben superiori a quelli per cui sono state progettate. Già solo se si facesse questo ne beneficerebbe tutta l'area ingegneristica e in questo senso anche noi del Politecnico potremo avere il nostro ruolo. E che sia chiaro, io ho sette figli, ci tengo molto al futuro di questa città e valuto il nostro Politecnico come opportunità per far restare i miei e nostri figli, garantendo loro il diritto agli studi».

L’emorragia di studenti «Una delle sofferenze del nostro Politecnico è infatti la scarsa attrattività – fa eco Amirante –. Perdiamo 40mila studenti all'anno, che abbandonano la Puglia per andare a studiare fuori regione. Sono tutte risorse che vanno via, oltre al peso economico sostenuto dalle famiglie. E a fronte di tanti che vanno via, non arrivano studenti da fuori».
Il tema del rapporto con le aziende e il settore privato anima il dibattito fra candidati, segno che è molto sentito. Ognuno ha una sua sensibilità a riguardo. Un po' voce fuori dal coro è Cupertino, molto più favorevole ad accogliere sponsorizzazioni dalle imprese, rispetto ad aspettare i contributi di Stato: «Io mi auguro che si inverta la tendenza dei tagli applicata negli ultimi anni dal ministero – spiega –, ma nel frattempo ci serve l'intervento delle aziende. Pur con tutti i limiti che questo territorio ha. In questo senso il progetto dello spazioporto è un simbolo importante per il ruolo che il Politecnico può avere. Noi abbiamo realizzato uno studio di fattibilità, sviluppando motori come non accadeva dagli anni '70. Uno studio che portato negli Stati Uniti ci è valso i complimenti e la possibilità di avere partner importanti. Credo che il percorso giusto sia questo: facilitiamo i processi di ingresso alle imprese. Lavoriamo in tal senso per conto nostro e poi apriamoci all'esterno, anche nei confronti delle piccole e medie imprese del territorio».

I pregi «Noi siamo una università pubblica e piccola – spiega Fratino – e questo può essere un limite, ma anche un pregio perché ci permette di adattarci meglio ai cambiamenti. Il 95% dei nostri studenti sono pendolari e vengono dal bacino delle province di Bari e Bat, se non altro perché il Foggiano guarda molto più a Napoli e il Salento ha il suo Ateneo. Abbiamo grandi potenzialità, grandi eccellenze, ma dobbiamo darci una vocazione che ci accompagni in un Terzo millennio molto più complesso del precedente. Dobbiamo chiederci: quale funzione sociale vogliamo avere? Perché è chiaro a tutti che non possiamo in alcun modo reggere il confronto con un Politecnico cinese, così come, se non abbiamo capacità a generare risorse, tra meno di 10 anni meglio di noi sarà anche l'Università di Timisoara».«Siamo quelli belli ma che nessuno sposa», chiosa Giustolisi.

Il limite dell’offerta formativa Il dibattito si scalda e si sposta sull'offerta formativa e le strategie progettuali da mettere in cantiere. «Credo che si soffra anche per corsi di triennali troppo specialistici – spiega Piccioni -, meglio sarebbe rinforzare i corsi di secondo livello e i master, anche così potremo rallentare l'emorragia di studenti che vanno via». «Abbiamo una formazione di terzo livello asfittica – fa eco Fratino –. È su questo che dobbiamo lavorare. Sicuramente nei prossimi 5-10 anni il nostro territorio non diventerà la Lombardia, ma questo non ci esime da non provarci e magari, invece di guardare al nord Europa potremo rivolgerci al sud, verso il bacino Mediterraneo. Non possiamo fermare i flussi migratori che stanno arrivando e si tratta di persone giovani, spesso sotto i 24 anni per i quali potremmo rappresentare un faro formativo importante». Una visione accolta anche da Piccioni: «Dobbiamo aprirci ai paesi del Mediterraneo per far crescere i popoli che si affacciano sul nostro stesso mare, condividere conoscenza e puntare all'internazionalizzazione».

I ragazzi Uno dei fili conduttori del dibattito (e ovviamente dei programmi dei singoli candidati) è la qualità della vita degli studenti, le loro necessità, le loro prospettive. Un tema che sta nel cuore degli aspiranti rettori. Su un punto sono tutti d'accordo: «Bari non è una città universitaria», per dirla con le parole di Fratino, non offre servizi e in tal senso anche il Politecnico soffre. «Dobbiamo imparare ad aprirci e partecipare ciò che facciamo anche all'esterno – sottolinea Cupertino – solo così potremo raccogliere consenso». Ed ecco allora un altro nodo centrale: non tutti hanno contezza di quello che accade nel Politecnico (progetti, laboratori, start up, eccellenze) perché è troppo chiuso in se stesso. Siete autoreferenziali, chiediamo.
«Sicuramente dobbiamo saper rompere i recinti accademici e dare più valore al dialogo, sia al nostro interno sia all'esterno – spiega Amirante -. Noi dobbiamo dimostrare ciò che siamo: un laboratorio a cielo aperto di democrazia e tecnologia e soprattutto farlo con un linguaggio comprensibile. Sicuramente fino ad oggi non è stato così, ma è la scelta che dobbiamo fare per poter essere competitivi. Poi c'è sicuramente un problema di permeabilità alle sollecitazioni esterne e che riguarda le strutture come il Politecnico, troppo specialistiche. Le contaminazioni sono più facili per le Università che sono spazi generalisti, meno per noi».
«Ho vissuto tutte le trasformazioni che in questi sei anni dalla riforma Gelmini ad oggi ha modificato completamente il Politecnico – dice Piccioni -. Da 12 Dipartimenti siamo passati a 4 e purtroppo sono diventati compartimenti stagni. Servono strutture di raccordo per incentivare il dialogo. Dinamiche che si devono attivare anche nei confronti degli studenti garantendo loro più biblioteche e laboratori dove fare ricerca vera. Puntiamo a rafforzare le responsabilità interne per avviare queste trasformazioni. Non solo, le biblioteche sono luoghi di incontro anche per la società civile».

Piccoli numeri Il Politecnico muove, come già detto, piccoli numeri: 252 docenti strutturati, una ventina di ricercatori, minimale la presenza femminile, solo il 20%, tanto che in questa corsa per la carica di rettore non c'è nessuna donna. A dare i numeri Amirante che da ingegnere doc, liste alla mano, snocciola le giuste proporzioni dopo aver giocato un po' con lo smartphone. «C'è sicuramente un problema di genere», riconosce Piccioni. «Anche se nessuno di noi ha mai negato nulla alle colleghe» sottolinea Fratino che riporta poi il dibattito sul dialogo fondamentale che il Politecnico dovrebbe avere sulle scelte strategiche di sviluppo del territorio. «Noi non dovremmo seguire le politiche produttive pugliesi, dovremmo orientare la scelta di quelle politiche».

La mattinata di dibattito volge alla conclusione. Il tempo ancora di scherzare sull’assenza, tra i candidati alla poltrona di rettore, degli architetti. Perché voi ingegneri avete il complesso di superiorità? Ridono, i cinque. «Un tempo forse, ora al massimo prendiamo in giro i gestionali...». L’ora è tale che la fame inizia a sentirsi e i pasticcini al centro del tavolo risultano troppo invitanti, specie per Amirante, che cede alla tentazione. «Bel confronto - concludono un po’ tutti -, rifacciamolo più spesso».

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