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Sergio Rubini: «Taranto riscattata dai Sioux»

Stasera al Teatro Petruzzelli l'anteprima del film Il Grande Spirito, con Rocco Papaleo

Sergio Rubini: «Taranto riscattata dai Sioux»

Anteprima al Bif&st del nuovo, atteso film di Sergio Rubini, Il grande spirito, stasera alle 21 al Petruzzelli. Prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci con Rai Cinema, e distribuito da 01 che lo propone sugli schermi a partire da giovedì 9 maggio, Il grande spirito è un’opera decisamente «meridionale». Nel cast infatti - oltre al «nostro» Rubini, che a dicembre taglierà il traguardo dei sessant’anni - figurano il coprotagonista Rocco Papaleo (lucano) e una serie di bravi interpreti pugliesi a cominciare da due ragazze sugli scudi della Tv, Ivana Lotito (Gomorra) e Bianca Guaccero (Detto fatto).


Ma a contare è soprattutto l’ambientazione: Taranto, il dedalo dei vicoli sui Due Mari, le periferie della Città Rossa di polveri e di vergogna, e, ovunque all’orizzonte, l’ex Ilva con le sue alte ciminiere. Una Taranto per certi versi «mai vista», giacché Rubini la sublima in una «terra sacra» bella e perduta come l’innocenza del Sud, una sorta di prateria meridiana, anzi... meri-indiana. Il neologismo si può azzardare a giudicare dal personaggio interpretato da Papaleo. Questi è Renato, disadattato sociale e puro di cuore, un marginale che vive in una soffitta, crede di essere un Sioux e si fa chiamare «Cervo Nero».


Rubini, gli Indiani d’America evocati in quel di Taranto... Che film è «Il grande spirito»?
«È la storia di un incontro e di un’amicizia tra due ultimi. Da un parte c’è il mio personaggio, Tonino Cipriani detto “Barboncino”, un topastro di fogna, uno dei bassifondi che neppure si ricorda delle stelle e tanto meno ha sentore dell’esistenza della metafisica; insomma è un delinquente da strapazzo alle prese con un malloppo per cui molti gli danno la caccia. Dall’altra, c’è Renato / Cervo Nero, una specie di Barone Rampante alla Calvino, che conosce le migrazioni degli uccelli, sa scrutare il cielo, serba una sapienza arcaica che tutti noi abbiamo dissipato. Ebbene, Cervo Nero vede in Tonino Cipriani l’Uomo del Destino mandatogli dal Grande Spirito...».


Un’avventura, si direbbe, tanto commovente quanto comica.
«Questo incontro è buffo, produce commedia, ma è anche la storia di una salvazione, un apologo che custodisce una luce contro il cinismo dominante, direi con un che di cristologico giacché nel film c’è un angelo sacrificale... Vedrete!».


E c’è la Fabbrica.
«Sì, sebbene in questi giorni qualcuno mi abbia fatto notare che il personaggio di Rocco Papaleo può ricordare anche il pensionato bullizzato a Manduria. Però certamente l’Ilva, comunque si chiami ora, è determinante, incombe sulla storia. Ieri ho montato un piccolo video di immagini tratte dal film - Taranto avvolta dai fumi - e l’ho mandato tra gli altri al presidente Michele Emiliano. Dopo il Bif&st, faremo una proiezione a Taranto martedì 7 maggio e ho invitato Emiliano, augurandomi che possa esserci, al pari del professor Marescotti, presidente dell’associazione Peacelink. È l’ambientalista che nei giorni scorsi si è rivolto al vicepremier Luigi Di Maio apostrofandolo con la frase “Ministro, mi guardi” in un video diventato virale sul web».


I tarantini sono come i Nativi americani, gli Indiani perdenti dei western?
«L’idea è quella. Da ragazzino adoravo i western e tenevo per gli yankee, finché mio padre non mi spiegò che i buoni in realtà erano gli Indiani e mi parlò della tragicità della loro storia. Ecco, Taranto è il luogo edenico che ha subìto lo scempio da parte degli yankee, l’Ilva è simbolicamente un mostro come la Western Pacific Railroad, la ferrovia della colonizzazione dell’Ovest degli Usa. L’Ilva ha spazzato via tutto, le praterie e i boschi, i bisonti di cui parla Rocco nel film e le “tribù” che vivevano in quella terra bellissima. Ancora oggi, dopo tante denunce e tante lotte, Taranto ha il nefasto primato delle morti da lavoro, perché il cancro continua a uccidere. E ai tarantini non resta che soccombere o collaborare con gli yankee, lavorando nella fabbrica, come gli Indiani d’America si spezzavano la schiena nella posa delle rotaie della ferrovia che li avrebbe annientati. Se fosse un fumetto di Tex, il film si potrebbe intitolare “Cervo Nero e l’Uomo del Destino”».


A proposito di Italo Calvino, viene in mente anche «Marcovaldo», perché «Il grande spirito» è in gran parte girato sui tetti, ha una prospettiva per così dire «verticale» o «aerea». Perché questa scelta?
«Per salvarsi bisogna salire, nella salita c’è una palingenesi, una prospettiva diversa sul mondo. La postazione insolita consente il contatto con la natura, ma anche di guardare “in faccia” il Mostro. Il grande spirito è una favola neorealista, ricordando il modello di “Miracolo a Milano”».


Rubini, a parte l’uscita del film, quali impegni l’attendono?
«Ho appena concluso un tour del mio Dracula da Bram Stoker che spero di poter portare in scena a Bari, nel rinato Piccinni, il prossimo autunno. E sto preparando, ancora in coppia con Rocco Papaleo, uno show per Raidue, otto serate televisive da settembre a novembre».

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