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Caringella: «Sulle inchieste giudiziarie si è passati dall'indignazione all'indifferenza

Il consigliere di Stato presenterà il film Non sono un assassino al Bif&st di Bari, tratto da un suo romanzo

Caringella: «Sulle inchieste giudiziarie si è passati dall'indignazione all'indifferenza

«Davanti alle inchieste giudiziarie si è passati dalla indignazione alla indifferenza»: il monito e la riflessione pacata sul cortocircuito tra indagini, politica e media è di Francesco Caringella, consigliere di Stato e scrittore, magistrato penale a Milano durante Mani Pulite. Il 28 aprile, nel Bif&st, ci sarà la prima del film «Non sono un assassino» al Petruzzelli di Bari, tratto da un suo romanco.


Caringella, ha scritto con Raffaele Cantone «La corruzione spuzza». Il tema in Italia resta di grande attualità.
«Dopo aver curato un libro sulla corruzione, scriveremo un saggio sulla giustizia. Se la giustizia non funziona, è colpa della gente, non dei processi o dei giudici o degli avvocati. La vera giustizia funziona fuori dal tribunale, con l’applicazione spontanea delle leggi da parte dei cittadini. In Italia c’è illegalità e conflittualità diffusa, la macchina della giustizia viene invasa da domande insopportabili».


Le inchieste in Umbria e Puglia sui governatori Marini e Emiliano che impatto hanno sull’opinione pubblica?
«Vivo a Roma e ho percepito come la Capitale ha vissuto le inchieste legate al Comune: i casi Marino, Raggi o De Vito. A Milano nel 1992 c’era una indignazione popolare. L’invettiva fine a se stessa, non accompagnata da una consapevolezza critica dei cittadini del bisogno di una cultura di rispetto delle regole e degli interesse pubblico è stata una azione sterile. Certi politici dopo le elezioni non cambiano antropologicamente: rispecchiano la scarsa sensibilità verso la legge che è una cifra culturale con cui dobbiamo fare i conti. La società allora si riteneva migliore della classe politica. Una nomenclatura è stata spazzata via e quella nuova non si è dimostrata migliore».


Adesso c’è un sentimento dominante?
«La rassegnazione. Un misto di indifferenza e pigrizia. L’indifferenza è una forma di connivenza. Diceva Paolo Borsellino che le mafie sono problemi culturali che si nutrono della rassegnazione della gente. Ogni parola produce conseguenze, e i silenzi pure».


La politica ha bisogno di risorse per le proprie attività. Bisognerebbe tornare al finanziamento pubblico?
«Il finanziamento pubblico nonostante i suoi abusi è un sistema per certi versi più trasparente di quello privato sotterraneo. Ha senso il finanziamento privato se è tracciabile. Quello sotterraneo o misterioso significa sostanzialmente asservimento della politica al finanziatore occulto, con il rischio che si tutelino interessi privati e non il bene comune».


Poi c’è il nodo della lentezza dei processi…
«Da quello per Marino ai precedenti di Mastella o Del Turco, la sentenza arriva dopo molti anni, con gli indagati poi assolti eclissati dalla politica. Il problema è la tempistica. Un processo lento è già una pena: in Italia dura otto anni, in Germania sei mesi. Il mix tra lentezza giudiziaria e giustizialismo, per cui un avviso di garanzia è già una condanna, è letale. L’assoluzione dopo molti anni finisce per essere ammissione di un errore giudiziario che ha già prodotto i suoi frutti».


A Bari ci sarà il 28 la prima di «Non sono un assassino». Gli scrittori a volte non sono contenti della trasposizione della propria opera al cinema 
«Non sono tra i romanzieri che chiedono “fedeltà coniugale” al proprio testo. Il regista Zaccariello ha firmato alcune variazioni che danno più suspense. Gli attori? Riccardo Scamarcio l’ho corteggiato con un pranzo a base di pesce a Roma «Da Pierluigi» e ha accettato: è perfetto come protagonista. La Gerini è un pm straordinario, Alessio Boni è il «giudice etico», Edoardo Pesce l’avvocato gigioneggiante. Non dico altro…».

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