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«A Bari c’è tanta roba adesso: rap, hip hop, trap. Sono aumentati gli artisti che non scrivono testi di impegno civile. Rispecchiano, diciamo così, la generazione dei più giovani, che, giustamente, fa cose diverse da quelle che abbiamo fatto noi. Ma va bene così. Nel rap, e in tutti i suoi sottogeneri, non c’è nessuno che può darti la patente di rapper o di hip hop».
Gaetano Occhiofino, in arte Torto, che ha militato nei Pooglia Tribe e nei Zona 45, confluiti poi nel collettivo Bari Jungle Brothers, racconta così l’attuale scena della musica rap a Bari e provincia, anche alla luce dei risultati dell’ultimo festival di Sanremo.


«Al festival non abbiamo visto rap di qualità ma di sicuro c’è stata una bella infornata di artisti giovani. E ci voleva. Soprattutto il rap è diventato mainstream, più accettato, convenzionale. Questo significa che, per certi versi, ha perso la sua rabbia, ha diluito le sue denunce, anche se è sempre esistito un rap più commerciale».
E a Bari? Cosa ne è del rap alla barese, dopo gli esperimenti degli inizi 2000, con Pooglia Tribe in duetto con gli Articolo 31, e delle canzoni dalla periferia di Max il Nano? «In città c’è un grande fermento, come c’è sempre stato. Si creano collettivi, si fanno contaminazioni. Forse si è perso un po’ di impegno civile ma anche questa perdita è espressione del mondo giovanile. Le radio locali continuano a sostenere questa musica, ci sono locali dove è ancora possibile esibirsi».
Ecco dunque Walk, al secolo Giovanni Mari, barista di giorno e rapper di notte, 13mila visualizzazioni su Youtube per il brano BMP: «Le mie canzoni sono esperienze personali, sono i miei svarioni mentali che nascono quando sono solo con me stesso, mi metto le cuffiette e parto. Dieci anni fa, è vero, il rap era più aggressivo, ora è più commerciale, vince a Sanremo e ad X-Factor. Ma anche i pezzi vanno a periodi: ci sono periodi più riflessivi, periodi più di denuncia».


Walk, poco più che ventenne, ha aperto quest’estate il concerto a Bisceglie di Sfera Ebbasta, una delle icone della musica trap italiana. «Sono divisioni molto particolari, sottogeneri diversi. Io ho cominciato a fare beatbox, cioè ricreando con la bocca i suoni della batteria, e poi sono passato a scrivere testi ma, per esempio, non faccio freestyle, cioè improvvisazione. Dieci anni fa, ci si ritrovava nel quartiere, uno faceva le basi, l’altro improvvisava. Adesso molto è cambiato, sia nella forma che nei contenuti. Si parla più di se stessi, delle proprie esperienze. Purtroppo non è molto facile trovare la casa discografica giusta, che sostiene il tuo lavoro. Bisogna andare fuori, a Roma, a Milano, a Torino. A Bari e dintorni c’è qualche locale che organizza le serate giuste e dà la possibilità di esibirsi ma è troppo poco».


Fra nuova e vecchia scuola, un ruolo fondamentale lo rivestono le radio che trasmettono produzioni locali. «Crediamo molto nei rapper locali e, nei tempi e nelle fasce orarie più adeguate, diamo loro molto spazio», spiega Renzo Belviso, editore di Radio PoPizz. «Anche nella nostra radio che, ricordo, è l’unica a parlare dialetto barese ai baresi, il rap è molto seguito e apprezzato. Penso, per esempio, a ‘J’apr l’ekk’ de il Nano o ‘Rime patate e cozze’ dei Bari Jungle Brothers. Dentro c’è un po’ di tutto: la denuncia sociale, il disagio giovanile, i problemi del quartiere o le difficoltà nelle relazioni fra le persone. È un linguaggio dei giovani e per i giovani, in cui la tecnica ha un enorme importanza. Ed è giusto che esprimano tutto ciò in musica. Diversa, invece, è la trap, che usa l’auto-tune per correggere i difetti della voce e dell’intonazione e che, per di più, lancia messaggi non condivisibili, come la violenza sulle donne e l’uso delle droghe».
Ma dopo la vittoria a Sanremo, anche a Bari ascolteremo più rap? «Non ne sono sicuro. I più adulti fanno comunque fatica a seguire il rap, senza melodia, senza musicalità e senza rime baciate».

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