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In Puglia e Basilicata

«Conoscere per deliberare» una lezione dimenticata

di Giuseppe De Tomaso

01 Novembre 2011

di GIUSEPPE DE TOMASO

Luigi Einaudi? Ci fu un tempo in cui lo citavano poco, ma lo ascoltavano molto. Erano gli anni della ricostruzione e di Alcide De Gasperi (1881-1954), lo statista trentino che a lui affidò la regìa della politica economica. Da molto tempo succede il contrario. L’eco - nomista e politico piemontese è più citato che ascoltato, come accade ai personaggi approdati sull’isola delle icone. Luigi Einaudi (1874-1961), di cui l’altro ieri ricorreva il cinquantenario della morte, è ricordato come un Grande della storia italiana, come uno tra i massimi esempi di buongoverno, come uno tra i più coerenti maestri di etica e economia, come uno tra i simboli del liberalismo italiano. Ma, come lui stesso aveva pessimisticamente profetizzato, le sue prediche rimarranno inapplicate. Inutili, come le racchiuse e le titolò in un saggio tuttora più fresco di una rosa a maggio. Infatti. Dall’Europa al Mezzogiorno, dalla moneta comune alla politica fiscale, il pensiero di Einaudi sembra aver polverizzato l’usura del tempo, grazie anche a una cifra stilistica, a una chiarezza espositiva, e a una prosa incalzante, che il più delle volte sono sconosciute nelle élites accademiche. Ma Einaudi, che non era un pedante, ha insegnato qualcosa di più, rispetto alla scienza economico-finanziaria in senso stretto. Ha insegnato un metodo, quello che dovrebbe precedere e assistere tutte le decisioni degli amministratori pubblici e privati: conoscere per deliberare. Una lezione più disattesa di un invito al mare in pieno inverno. 

Conoscere per deliberare. Una parola. Quanti provvedimenti vengono adottati senza che se ne approfondiscano i contenuti? Quante spese vengono deliberate senza ragione? Quante iniziative vengono prese solo perché l’andazzo lo pretende? Su quanti problemi si abbozzano soluzioni addirittura peggiorative della situazione preesistente? Succede perché si delibera senza conoscere. Esaminiamo la questione del debito pubblico. Sarebbe arrivato alle stelle se la classe politica anziché limitarsi a omaggiare l’intellettuale - poi salito alla suprema carica dello Stato -, ne avesse applicato gli insegnamenti studiando ogni problema e calibrando la soluzione sull’ammontare delle risorse a disposizione? Probabilmente no. Sarebbe rimasto lo Stivale un Paese corporativo come un Comune medievale se governi e opposizioni si fossero battuti per l’abbattimento dei monopoli e delle rendite, per la concorrenza anti-protezionistica, anti-parassitaria e anti-tariffaria? Quasi certamente no. Gli spread tra i titoli di stato italiani e gli omologhi tedeschi non sono frutto del destino cinico e baro né delle diaboliche macchinazioni della Spectre speculativa. Sono figli invece della sordità a tutte le idee partorite dal meglio della scuola economica nazionale, di cui Einaudi non è l’unico fiore all’occhiello. Giulio Tremonti è un ingegno vivacissimo, un saggista fertile e vulcanico. Ma nei suoi numerosi e ponderosi testi, però, latitano i riferimenti a classici come Einaudi, quasi che le prediche di quest’ultimo, pur apprezzabili sul piano delle argomentazioni, non meritino nemmeno un (doveroso) riconoscimento letterario. Eppure su fiscalità, mercato del lavoro, apertura degli scambi, Einaudi ha ancora parecchio da dire. Idem, come vedrete, sul Mezzogiorno. 

Nel 1912, dialogando con Francesco Saverio Nitti (1868-1953), meridionalista e politico da lui assai stimato, Einaudi riprende il parallelo che l’economista lucano fa tra il proprietario individualista e il proprietario cosiddetto sociale. Non si potrebbe, commenta Einaudi, dimostrare meglio il vaniloquio di tante miracolose provvidenze legislative. Non si potrebbe, aggiungiamo sommessamente noi, descrivere meglio una tipologia umana moltiplicatasi ai giorni nostri. Ecco cosa scrive Nitti sulla condizione delle campagne del Sud, sùbito applaudito dal collega Einaudi: «Vi sono molti proprietari che lottano, tentano, osano; è la soluzione individualista. Vi è il proprietario, diciamo così, sociale: si occupa molto del credito, ha delle idee sull’azione dello Stato, preferisce che esso monopolizzi i concimi chimici, vuole che il deputato sia agrario. I risultati dell’azione individuale si vedono; quelli dell’azione sociale si gridano. Abbiamo in tutti i nostri viaggi trovato il proprietario individualista e il proprietario sociale. Il primo vive in generale sulla terra o almeno per la terra: si occupa poco dello Stato e teme solo le imposte nuove. Tenta per conto suo, organizza come meglio può la produzione, non crede o non dà importanza al credito agrario e tratta, per convenienza economica, meglio che può i lavoratori. Il proprietario sociale vive poco in campagna, si occupa molto di politica, è apostolo dei benefìci del credito, deplora sempre l’azione presente dello Stato, attende uomini politici con nuovi orizzonti. Segni caratteristici: in generale ha debiti ». Straordinario. Conoscere per deliberare. Quanti signori assistiti, come quello pittato da Einaudi e Nitti, sono stati creati dalla mano pubblica perché si è ignorato, e si continua a ignorare, questo precetto? Un esercito. La verità, direbbe oggi Einaudi, è che prima dell’Italia e dell’euro la crisi-crisi ha colpito, forse a morte, la conoscenza.
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