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Le notti magiche seduti sul divano di casa

Olimpiadi di Tokyo, campioni che hanno fatto la storia

Arriva l'ufficialità: le Olimpiadi di Tokyo spostate al 2021

Gli echi dello splendido titolo europeo dei ragazzi del calcio ancora vivi. E all’orizzonte un’altra «partita» da vivere tutto d’un fiato. Le Olimpiadi non saranno mai una cosa banale. Figurarsi con tanti mesi complicati da mandar giù. Tokyo, evidentemente, nasce sotto una stella diversa. I Giochi a braccetto con la pandemia, le gare senza pubblico, la paura di non farcela nonostante il disumano sforzo organizzativo. L’emozione, però, è la stessa. Stesse sensazioni, identica spasmodica attesa, quel filo di magia che ti avvolge gli occhi camminando fino al cuore.


Parliamo della «casa» dello sport, il trionfo di quei valori che restano un autentico marchio di fabbrica. Quando racconti le Olimpiadi sai che vai oltre il «campo». E che spesso ti ritrovi a descrivere intrecci con storie di vita. Gli affanni, le difficoltà, la voglia di tirare la testa fuori dalla sabbia dell’indifferenza. Le medaglie olimpiche, spesso, sono il riassunto di un percorso a ostacoli. E tu, spettatore, ti ritrovi quasi «nudo» di fronte a tale bellezza, anche emotiva.


L’Italia sbarca a Tokyo petto in fuori e la solita valigia carica di sogni. Spedizione imponente, numeri da record: saranno 384 (197 uomini, 187 donne) a gareggiare nelle trentasei discipline previste dal regolamento. Asticella sempre alta, ci mancherebbe. Con riferimenti precisi in attesa dei bilanci consuntivi. Il record di medaglie porta in evidenza due date: Los Angeles 1932 e Roma 1960. Trentasei volte sul podio, nella capitale addirittura con tredici ori al collo. Ecco, l’impressione è che avvicinarsi a questi numeri suonerebbe come una promozione. Senza se e senza ma.


C’è la tradizione a ricordarci in quali gare potremo mettere in campo l’artiglieria pesante. Il nuoto, per esempio. Ma anche scherma, pallanuoto, pallavolo, pallacanestro, canottaggio, atletica leggera. Cambiano i tempi, e quindi anche generazioni e uomini, ma l’Italia riesce quasi sempre ad alzare la voce. Noi siamo un popolo che ama farsi prendere per mano. I Giochi non sono un’etichetta ma un enorme libro di storia. Basta un attimo e ti tornano in mente le volate di Pietruzzo Mennea, i salti verso il cielo di Sara Simeoni, le sbracciate dei fratelloni Abbagnale. Quelle cose che nascono in un attimo ma poi diventano per sempre.


Chissenefrega, insomma, se non ci saranno Messi e Djokovic. E se il più importante talento italiano (Sinner) ha scelto di allenarsi per poi andare a raccogliere punti e quattrini sul cemento dei tornei americani. Non ci mancheranno, questi signori. Le Olimpiadi sono un’altra cosa. Lontane dai conti in banca e da quel business estremo che, oggi, ci fa dire che nessuno si accorgerà che l’Italia del calcio non giocherà a Tokyo. Non è questione di essere buoni o cattivi. Scende in campo la diversità. Che non ha nemmeno bisogno di essere spiegata. Sarà tutta in quelle immagini che faranno il giro del mondo. Sarà bello scoprire cose diverse, a volte finanche sconosciute. Sarà bello, un giorno, poter raccontare che «io c’ero». Sul divano di casa, sì. Ma con anima e cuore a Tokyo. Aspettando altre notti magiche. E, per una volta, senza aspettare un gol.

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