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Libri

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Entro in libreria non sempre con un titolo in mente da acquistare,ma solo attratto dall’odore della carta. Un tarlo o un vampiro della cellulosa. Le torri librarie e gli scaffali traboccano e solo l’aiuto di un commesso mi fa da filo di Arianna. Mi assale un senso di sconcerto,perché aldilà di pochi classici il resto è tutta produzione di giornata la cui qualità mi è ignota. Una montagna nella quale neppure un addetto ai lavori sa farsi strada. Né mi aiutano le indicazioni dei quotidiani, che sono perlopiù drogate , perché additano come migliori di stagione solo i libri più venduti. Spesso superficiali nella progettazione e nelle finalità e rapidi da sfogliare. Ma intanto, anche dalla parte dell’autore c’è sconcerto.

Ti affanni a scrivere un libro, ci impieghi uno due anni,(certi instant book nascono in tre notti e inseguono gli eventi e le mode) ne segui la diffusione,attendi trepidante le recensioni, eventuali notiziole televisive, un premio che ne faccia parlare, intanto godi a vederti lì, su uno scaffale o se hai fortuna in vetrina. Dopo tre settimane il tuo titolo,poco venduto, scivola in seconda fila, e poi in magazzino, prima di essere reso. Kaputt. La vita del tuo libro è durata tre mesi. Sommerso da un’altra caterva di titoli. Di stagione in stagione. Come un tempo la frutta. Come a sera un quotidiano. Mi chiedo allora cosa sia cambiato dall’età di Manzoni a oggi. C’era nell’Ottocento una fetta di lettori molto risicata, pochi borghesi che acquistavano e leggevano. Una delle poche forme di intrattenimento in una società senza televisione e senza cinema. Con scarsi quotidiani. Manzoni per tutta la vita lavorò a uno stesso romanzo. Un libro, una vita. Pochi scritti, spesso grande qualità, perché avvolta in profonda riflessione e non soggetta alla fretta editoriale. Non credo che lo scrittore di Milano, che pure con ipocrita pudicizia parlava di soli venticinque acquirenti,avrebbe mai potuto pensare che un giorno non lontano i libri sarebbero nati in un giorno e in quantità spasmodica per finire immediatamente a sera peggio di una bottiglia di plastica o di un quotidiano . Che in più è utile per incartare il pesce. Giorni fa, forse per lo sfratto di una vecchia abitazione ho trovato affianco ai cassonetti quattro casse di libri. Causa Covid li ho solo guardati da lontano. Ma ho riflettuto sul destino dei libri sia vecchi che di fresca edizione.

Come le bottiglie e i piatti di plastica, i fazzolettini di carta, i vestiti della stagione passata, i barattoli di pelati e di sottaceti,appena svuotati aspettano solo di essere gettati. Un riciclo senza rimpianti. La marea di gialli e di noir e di rosa, tutti hanno un identico destino. Sono diventati prodotti usa e getta. E noi ci affanniamo a scrivere! (Senza leggere). Libri ingombranti che non sai dove conservare. Di una carta fetida perché di petrolio e plastica! Non li vuole più manco la Biblioteca Nazionale. Il sogno accarezzato di una bibliotechina privata è svanito, diventa motivo di litigi in casa. I libri non sono più i migliori amici dell’uo - mo, come voleva Petrarca, ma vengono dopo abiti cani attrezzi sportivi soprammobili. Uno spreco pazzesco di alberi e di energie creative, di forza del pensiero. La società è magnetizzata solo dall’ansia di analfabetismo, di ritmo, di fuga, di denaro, di auto status symbol. Colpa di una tivù di gossip e dell’ultimora, dei social onnivori, della fretta e dell’odio per il silenzio e la meditazione, e di un complesso editoriale moltiplicatosi in maniera spaventosa e che deve produrre produrre e divorare di stagione in stagione ciò che ha prodotto. E colpa di una società senza memoria, che non fa in tempo a costruire personalità letterarie perché le ha già rimosse e dimenticate. Provate a trascrivere dieci nomi di poeti, di scrittori di pittori viventi o defunti. Carneade! Chi sono costoro? Tutto è usa e getta e non degno di essere ricordato. Perché la memoria è fuorimoda. Come la riflessione. Come i sentimenti duraturi. Usa e getta sono titoli,artisti, autori, lo sono oggi anche i nostri genitori, i parenti, gli amici non più frequentati, le tradizioni, i monumenti, le radici. Viviamo al limite di una discarica reale e metaforica. Una discarica a portata di mano. E noi siamo i viaggiatori con un passato reietto, che sognano un grande futuro senza il corrimano della memoria.

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