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La mistica del territorio non è garanzia di buon governo

Il cosiddetto vincolo di mandato, territoriale o politico che sia, non compare in nessuna Costituzione moderna, tanto meno in quella italiana, che non stringe alcun laccio per gli eletti

La mistica del territorio non è garanzia di buon governo

Territorio. Forse è la parola «magica» più sillabata in tutti i convegni, soprattutto economico-finanziari, che si svolgono tra Merano e Lampedusa: più citata di fare sistema, fare rete, innovazione, internazionalizzazione, implementazione, per tacere dei termini forestieri. Inneggiare al territorio il più delle volte è vacua declamazione, in compenso procura una caterva di applausi che manco Luciano Pavarotti (1935-2007) all’Arena di Verona dopo aver cantato «Nessun dorma».

In politica, poi, esaltare le virtù del territorio, professare fedeltà canina alla causa del territorio, magnificare leopardianamente le «magnifiche sorti e progressive» del territorio, costituisce la password insostituibile per il consenso, cioè per il cursus honorum, per una carriera molto più redditizia della lettura di mille saggi o dello studio di cento dossier.

Verrebbe da dire che più i problemi si globalizzano (vedi la pandemia, la tecnologia, l’inquinamento, il clima, l’energia, l’immigrazione...), più i ragionamenti si rionalizzano, in una corsa al localismo degna dell’antica Italietta di Strapaese.

Anche la questione del referendum sul taglio dei parlamentari chiama in causa il fattore territorio. Il fronte del no alla potatura dei rami parlamentari sostiene, ad esempio, che in caso di vittoria del sì, verrebbe compromesso il rapporto tra eletti ed elettori, perché i collegi elettorali si allargherebbero e la rappresentanza istituzionale si restringerebbe.

Ma davvero il rapporto tra parlamentare e territorio costituisce un valore, un bene prezioso da salvaguardare? Dove sta scritto?

Il cosiddetto vincolo di mandato, territoriale o politico che sia, non compare in nessuna Costituzione moderna, tanto meno in quella italiana, che non stringe alcun laccio per gli eletti, in ciò ispirandosi al celebre discorso a Bristol del politico e filosofo britannico Edmund Burke (1729-1797) secondo cui i «rappresentanti» non sono ambasciatori dei «rappresentati», perché essi devono formarsi un’opinione solo dopo l’esame dibattimentale in aula e fuori.

Insomma. Si viene eletti per rappresentare la nazione, non il territorio o il collegio elettorale. Anche perché più un rappresentante è convinto di dover fare il megafono (o il lobbista?) del territorio, più aumenta la sua tentazione di dotarsi di una rete clientelare sempre più capillare. Il che si traduce in un infinito circolo vizioso nel segno, guicciardianamente parlando, del proprio interesse particulare: dal territorio sale la richiesta di favori sempre più discutibili, individuali, corporativi, espressioni della logica di scambio tra votanti e votati; nella classe politica aumenta sempre di più la predisposizione a rispondere disinvoltamente alle istanze, alle pressioni dei singoli piuttosto che alle esigenze di interesse generale (anche del territorio medesimo). Non a caso, specie al Sud, i problemi cosiddetti strutturali si tramandano di generazione in generazione.

L’abolizione del vincolo di mandato, che ogni tanto rifà capolino, aggraverebbe questo stato di cose, perché renderebbe il nesso (favori in cambio di voti) tra eletto e elettori così stretto da far perdere di vista lo scenario nazionale e internazionale, che influisce sulla vita delle persone molto di più delle istituzioni e dei potentati locali. Per non parlare dei rischi collaterali e supplementari legati alla questione morale: corruzione, gattopardismo, trasformismo, camaleontismo, indifferentismo.
Intendiamoci. Non è che gli eletti di una specifica area territoriale debbano ignorare le questioni della loro zona di provenienza. Anzi. Ma un conto è affrontare i problemi locali con una visione superiore, nazionale o europea, un conto è farlo seguendo criteri esclusivamente municipalistici e familistici.

Del resto, la vicenda della questione meridionale è, come si dice, paradigmatica al riguardo. Fino a quando se ne è occupato direttamente lo stato centrale, il divario Nord-Sud si è costantemente accorciato. Non appena l’incombenza è stata affidata alle neonate regioni, il divario si è immediatamente allungato. Eppure queste ultime, le Regioni, erano la quintessenza, la sublimazione del mitico territorio. Eppure non ci vuole molto a capirlo: più i problemi si frantumano e più le soluzioni si parcellizzano, più cresce il potere delle aree forti, che hanno maggiori risorse e argomenti per far prevalere le proprie ragioni. Non a caso l’esasperazione della mitologia, della supremazia territoriale, può condurre a strappi altamente pericolosi per la tenuta nazionale, vedi quell’autonomia differenziata chiesta con forza, anche se provvisoriamente congelata a causa del Covid, da tre regioni settentrionali.

Attenti, perciò, a comporre un peana dopo l’altro per consacrare l’importanza della relazione tra rappresentanti e territorio (leggi collegio elettorale). Primo, perché anche la Costituzione italiana afferma il contrario, ossia prevede l’assenza di ogni vincolo di mandato (e un giorno bisognerà pure fare un discorso sui tifosi dichiarati della Costituzione che, al dunque, la ignorano e la sabotano in quasi tutto l’articolato). Secondo, perché l’esperienza storica non porta acqua al mulino dei territorialisti. Il Sud, dal 1861, ha inviato in Parlamento, un esercito di deputati e senatori sempre pronti a insorgere nel segno del loro territorio. Si è visto: si mobilitavano solo per i loro interessi diretti e per quelli delle loro clientele di riferimento. Telefonare in cielo a Gaetano Salvemini (1873-1957) per riaverne conferma. Se il telefono della buonanima molfettese risulta occupato, è sufficiente rileggere i suoi scritti, freschi ancora oggi, giustamente pieni di indignazione contro i ras territoriali che tutto facevano tranne che perorare il vero riscatto del Mezzogiorno.

Allora. Gettiamo il sasso nello stagno: bisogna tagliare il cordone fatale tra eletti e mistica del territorio, che spesso si traduce in un cappio per lo sviluppo. Quello che viene ritenuto un limite, uno sbaglio, ossia l’allentamento del rapporto tra il parlamentare e la sua area clientelare di elezione, costituisce invece un passo avanti, un elemento di chiarezza e moralizzazione del sistema. A meno che non si intenda il lavoro legislativo a Roma, ma lo stesso discorso in piccolo può valere anche per le istituzioni regionali, come un’occasione, un paravento per sbrigare tutt’altre faccende. Della serie: vizi privati, pubbliche virtù.  

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