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Tra l'incudine del debito e il martello dell'evasione

La ricerca di un equilibrio tra stato e mercato non è semplice come una passeggiata. La tentazione di voler prendere il sopravvento, da parte di ciascuno dei due, a volte è irrefrenabile.

Tra l'incudine del debito e il martello dell'evasione

Stato e mercato vengono rappresentati spesso come nemici irriducibili. Eppure nessuno dei due può fare a meno dell’altro. Lo stato è il principale testimonial e beneficiario del mercato, dal momento che è il primo a finanziarsi sul mercato attraverso i titoli garantiti, in parte, anche dalle banche centrali. Il mercato non può fare a meno dello stato, perché senza una cornice di regole certe, il mercato farebbe rimpiangere il Far West in materia di autodisciplina e autocontrollo. Nessuno dei due, tra stato e mercato, dovrebbe mai trovarsi nella condizione di umiliare l’altro pena la deflagrazione di quella «insocievole socievolezza» che, insegnava il grande filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804), costituisce il lievito del vivere civile.

Ma la ricerca di un equilibrio tra stato e mercato non è semplice come una passeggiata. La tentazione di voler prendere il sopravvento, da parte di ciascuno dei due, a volte è irrefrenabile. Il crollo del comunismo e la rivoluzione liberista di Ronald Reagan (1911-2004) e Margaret Thatcher (1925-2013) segnarono il punto più alto della rivincita del mercato. Invece, da una decina d’anni è in atto, in tutto il mondo, il tentativo di controrivincita da parte degli stati.

Nazionalismo, sovranismo, populismo, interventismo, dirigismo, protezionismo, unilateralismo, antiglobalismo: le parole si sprecano, ma il loro signficato, anzi il loro obiettivo, è pressoché identico: comprimere il mercato, limitarne il suo raggio d’azione. Tanto è vero che la stagione dello stato arbitro e dello stato regolatore è agli sgoccioli come l’estate 2020, a tutto vantaggio del ritorno dello stato padrone, dello stato imprenditore, dello stato innovatore, dello stato investitore e via su questa terminologia.

Ovviamente, uno stato factotum ha bisogno di risorse più di quanto un neonato abbia bisogno del biberon. Ovviamente c’è un solo modo per reperire, da parte dello stato, i quattrini necessari per fare shopping di aziende e attività varie, tra cui - ultimamente - pure l’acquisto, in Italia, di una fabbrica di prosciutti. Questo modo si chiama tassazione.

In realtà servirebbe il contrario, bisognerebbe ridurre la pressione fiscale per ridare gas all’economia. Ma se lo stato si fa prendere dalla voglia di entrare dappertutto con i soldi dei contribuenti, la prospettiva di un calo del prelievo diventa più inverosimile di una vittoria della Ferrari in questo sciagurato mondiale di Formula Uno. Semmai il nuovo debito, spesso cattivo per utilizzare la distinzione di Mario Draghi, finirà per imporre nuovi balzelli, ulteriori sacrifìci sul popolo dei tartassati.

E qui viene il bello, cioè il brutto. La lima fiscale non colpisce mai tutti, secondo le giuste proporzioni. La lima fiscale falcidia i redditi di coloro che non evadono e salva i proventi di coloro che beffano lo stato. Il che, come dimostrano gli studi di Alberto Brambilla, profondo conoscitore del sistema previdenziale. ha dell’incredibile, del paradossale, visto che finisce per premiare proprio coloro che andrebbero sanzionati e puniti. È inconcepibile che chi non ha mai frodato lo stato debba continuare a finanziare bonus, benefit, prestazioni per coloro che non pagano un euro perché evasori incalliti. E di evasori seriali in Italia se ne contano a milioni, dato che metà della popolazione di fatto non paga tasse e il 13% dei contribuenti sopra i 35mila euro versa il 59% dell’Irpef.

Cosicché chi paga le tasse con le quali lo stato organizza i servizi, di solito non usufruisce nessuno dei servizi da lui finanziati. E deve continuare a pagare tutto. Viceversa, chi non paga nulla, dribblando lo stato meglio di come farebbe Messi con il suo controllore incaricato, è risarcito da un’alluvione di servizi gratuiti.

Oltre che iniquo, questo spaccato d’Italia è diseducativo e disincentivante ai fini di un rapporto leale del cittadino con lo stato e la collettività. Lo stato, con la sua linea punitiva nei confronti degli onesti e dei ceti produttivi, si trasforma nel più efficace spot a sostegno di evasori, elusori e assistiti vari.

Da qualche giorno si va intensificando il tam tam sulla riforma del fisco. La tesi prevalente è che verranno ridotte detrazioni e deduzioni, mentre verrà resa più incisiva la progressività impositiva. Speriamo che le indiscrezioni e le anticipazioni della vigilia non corrispondano a verità. Uno, perché la soppressione o il taglio delle detrazioni darebbe un duro colpo al principio del «conflitto di interessi», essenziale per scoraggiare l’evasione e favorire l’emersione dal sommerso. Due, perché la progressività accentuata, oltre a maltrattare ancora gli spiriti più industriosi e dinamici, spingerebbe gli infedeli del fisco a non cambiare mai mentalità e criterio di condotta. Perché rischiare di perdere assegni, contributi, elargizioni a raffica se, restando nell’ombra, è possibile vivere da ricchi risultando poveracci (solo per il fisco)?

Ma uno stato incapace di risolvere questo equivoco, è condannato a non crescere più, a rimanere, a tempo indeterminato, tra l’incudine del debito pubblico e il martello dell’evasione. Altro che rigore eccessivo da parte dell’Europa. L’inizio e la fine dei mali nazionali vanno trovati in casa propria.

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