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Termoli-Lesina: se basta un uccellino a far volare via la ferrovia

E così dopo oltre trent’anni di attesa per la cantierizzazione dei lavori ecco che - come sosteneva il mitico Bartali - «l’è tutto da rifare»

treno

C’è chi vuole modificare il Codice degli appalti per accelerare la consegna delle opere, chi invece guarda alla svolta green per portare l’alta velocità sull’Adriatica (ministri De Michelis, Franceschini e Provenzano) e chi infine in sede di valutazione di impatto ambientale boccia il progetto per la costruzione del secondo binario, da Lesina (Foggia) a Termoli (Campobasso), un tratto di 35 chilometri a binario unico, caso più unico che raro per linee ferroviarie di caratura europea.

E così dopo oltre trent’anni di attesa per la cantierizzazione dei lavori ecco che - come sosteneva il mitico Bartali - «l’è tutto da rifare». E tutto per responsabilità di un «fratino», non un giovane frate votato alla causa ambientalista, ma l’uccello trampoliere che nidifica lungo le spiagge e che per il momento - senza avere responsabilità - ha deciso di contribuire a bloccare l’avanzata del progresso. Che è fermo a più di 150 anni fa, quando il re Vittorio Emanuele inaugurò il 9 novembre 1863 la linea ferroviaria Pescara-Foggia portando per la prima volta il treno in Puglia. Ebbene, almeno per il tratto da Termoli a Lesina, siamo fermi al 1863 e di passi in avanti, a parte l’elettrificazione della linea, ne sono stati fatti pochi.

Della questione si è fatto carico anche il parlamentare pugliese Rocco Palese con una dura nota che da una parte stigmatizza l’atteggiamento del ministero dell’Ambiente.

Ma per certi versi dice allo stesso Governo di mettersi d’accordo, visto che i ministri parlano lingue diverse quando si tratta di opere pubbliche. E per fortuna parliamo di ferrovia, ovvero di quella che viene ritenuta una mobilità pulita, e non di autostrade e aeroporti. Ma le cose vanno così nelle contrade meridionali e un «fratino» - suo malgrado perché alla fine è l’unico incolpevole - con un battito d’ali fa volare via anni di progettazione, di recupero delle risorse, di conferenze di servizio, di richieste compensative (il Molise per anni ha bloccato l’opera per avere altro), di pareri favorevoli e contrari, veti incrociati un giorno da parte degli ambientalisti e il giorno dopo dei cementisti, ricorsi al Tar, poi al Consiglio di Stato e chi più ne ha ne metta. Ora è tutto rimandato, tutto da rifare, tutto rinviato e non si sa neanche quando, visto che sui tempi di appalto e consegna delle opere il «Sistema Italia» va a rilento, tanto da voler modificare i percorsi in quel labirinto della burocrazia che opera sempre al riparo delle responsabilità pubbliche e del consenso elettorale.

Ora ci si chiede che cosa potrà accadere, se bisognerà adeguarsi al no della Valutazione di impatto ambientale del ministro Costa oppure se ci sarà una scorciatoia per cercare di compensare la sostenibilità ecologica - e la nidificazione del «fratino» - con l’esigenza di modernizzazione del Paese che, vedi un po’, riguarda sempre e comunque il Mezzogiorno, così condannato all’affanno, all’arretratezza infrastrutturale, al pregiudizio circa la capacità di avere una visione e di guardare al futuro, di connettersi (anche in treno) con le zone più evolute dell’Italia e dell’Europa.

Ci si chiede tuttavia se il «fratino» sia spuntato all’improvviso oppure se era come dire il jolly di riserva per bloccare quell’opera. Il dubbio c'è. In attesa di uno sblocco della vicenda, favorevole al trasporto ma anche all’ambiente, non resta che votarsi alla preghiera dei tanti fratini (quelli umani) che popolano i numerosi conventi della provincia religiosa di San Pio, che guarda caso coincide proprio con le due aree amministrative interessate al raddoppio ferroviario, quella di Foggia e il Molise, anche se per risolvere la vertenza basterebbe il collaudato buon senso più che affidarsi alla vie della Provvidenza.

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