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«Mes» a punto: politica estera in rimonta sui temi interni

Oggi sull’Europa, come dimostra la contesa sul Meccanismo europeo di stabilità, si confrontano due schieramenti che, però, non corrispondono né alla maggioranza di governo e né alla minoranza d’opposizione

«Mes» a punto:  politica estera  in rimonta sui temi interni

Se il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, avesse scritto in piena Prima Repubblica l’articolo pro Mes pubblicato l’altro giorno, per il governo sarebbero cominciati i guai. Scanditi dalle tradizionali, immancabili tappe: verifica di maggioranza, precrisi, apertura ufficiale della crisi. Anche l’informazione dell’epoca, in verità, non sfuggiva a rituali consolidati. Per non sbagliare, il direttore di un importante quotidiano nazionale si regolava così. Ad ogni inizio di crisi titolava «Grave errore» il suo fondo. Ad ogni progresso decisivo nelle trattative per il nuovo governo, titolava «Sulla buona strada». Dopo il giuramento del nuovo esecutivo, titolava «Soluzione giusta». Sempre così. Per ogni crisi.

I tempi sono cambiati, anche se la differenza tra le varie stagioni repubblicane è più di forma che di sostanza, anche perché, come avvertiva Leonardo Sciascia (1921-1989), «L’Italia è il Paese più governabile che esista. Le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili».

Ma è indubbio che oggi, diversamente da ieri, non è più sufficiente un editoriale o un’intervista per prepensionare o per licenziare una squadra di governo. Serve ben altro, non foss’altro perché la volatilità dell’elettorato scoraggia gli spiriti più litigiosi, quelli della rottura facile. Sono in pochissimi, nelle maggioranze di governo, ad augurarsi l’avvio di una crisi: lo spauracchio del voto anticipato, con relativa aleatorietà della rielezione, è un buon motivo per azionare il freno a mano.

E comunque. Oggi l’Europa non è più una materia di serie B, anche se negli ultimi lustri, la politica estera, che, ai tempi di Alcide De Gasperi (1881-1954) e Aldo Moro (1916-1978) era la Politica-Politica, ha subìto un declassamento inspiegabile e sconcertante, degno di un Paese provinciale, attento più al cortile di casa che alle mutazioni oltre confine.

Oggi sull’Europa, come dimostra la contesa sul Mes (Meccanismo europeo di stabilità), si confrontano due schieramenti che, però, non corrispondono né alla maggioranza di governo e né alla minoranza d’opposizione. È trasversale il partito pro Mes. È trasversale il partito anti Mes. Nessuno scandalo. Ma in passato non sarebbe stato possibile. In passato le alleanze di governo si formavano prima sulla politica estera e, a seguire, sulla politica interna.

In ogni caso, la questione degli aiuti comunitari per fronteggiare le emergenze aggravate dalla pandemia non può essere rinviata a tempo indeterminato, anche perché i soldi di pronto intervento stanno per finire, e mezza nazione vede il precipizio. Il che autorizza a prevedere che la sfida tra europeisti e sovranisti sia destinata a ricominciare con più tensione del solito.

Toccherà al presidente del Consiglio il compito di traghettare i riottosi 5Stelle verso l’isola del Mes. Nei giorni scorsi Conte ha gelato le aspettative di Angela Merkel, che si attendeva un’adesione immediata da parte di Roma. Ma nelle prossime settimane Conte dovrà fare ricorso a tutte le sue doti per trasformare perlomeno in Ni il No del M5S al Fondo salva-stati. Conte dovrà farlo sia perché il malumore del Pd sulla linea pentastellata ostile al Mes monta di giorno in giorno; sia perché a settembre si vota in sette regioni, il che potrebbe scombussolare gli equilibri preesistenti. Molto meglio, molto più saggio, per Conte, cercare di compattare sùbito l’alleanza di governo, pena la condanna a un autunno caldo di non facile raffreddamento.

Gira e rigira. Tutto ruota attorno all’Europa. Immaginare che il futuro italiano possa prescindere dall’Unione Europea mette i brividi. Ricordate la lezione di Moro? Tutto dovrà essere finalizzato a rafforzare la pace e l’unità dell’Europa. Il Mediterraneo? Va inteso come Europa del Sud. Ma sempre Europa è e sarà.

Un sostegno per la causa europeista potrà arrivare dalle presidenziali americane di novembre. Se, come vaticinano i sondaggi, Donal Trump verrà uccellato da Joe Biden, il fronte dei governi nazionali contrari all’integrazione europea perderà un alleato di peso. Il che potrebbe indurre gli euroscettici dei singoli stati a rivedere la propria linea. E siccome, per usare la nota espressione di Winston Churchill (1874-1965), è l’Italia il «ventre molle» del Vecchio Continente, c’è da augurarsi che il Belpaese, anche sull’onda del probabile cambio di leadership negli Usa, si inietti al più presto il vaccino dell’anti-nazionalismo, un vaccino tutt’altro che introvabile, è sufficiente solo volerlo cercare.

Ciò detto, resta il fatto che l’Europa è tornata ad essere un fatto decisivo nella politica italiana. Di conseguenza non è da escludere che nei prossimi anni le stesse coalizioni di governo, a Roma, tornino a farsi o disfarsi sulla base delle posizioni sui temi e strumenti europei. Sarebbe, finalmente, un indice di maturità per lo Stivale, visto che, finora, sulla sorte dei governi centrali, influivano più i minitest elettorali locali che le vicende e i grossi temi continentali e intercontinentali.

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