Martedì 02 Giugno 2020 | 13:35

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Io, giovane laureata fuori sede vi spiego perché sono arrabbiata

Spero che tutto questo «ci serva come lezione», che ci spieghi i nostri limiti, che ci insegni a saper stare bene anche da soli e senza tutte le comodità a cui siamo sempre stati abituati

giovani imprenditori

BARI - Sono arrabbiata. Ho 23 anni e sono arrabbiata. Mi sono laureata in filosofia pochi mesi fa, da fuori sede pugliese «emigrata» al Nord. Come tanti ho deciso di studiare fuori, lontano dalla mia famiglia e dalla mia città che amo immensamente. Sono ancora qui, a Bologna, per un master al quale tengo molto.

Sono arrabbiata perché ho piantato il mio seme, i primi germogli erano cresciuti e poi è arrivato il parassita. «La prova più difficile per il paese dal dopoguerra». Lo dicono in molti, lo dice il premier Conte e lo dicono i giornali. È arrivato in Italia il coronavirus e ha stravolto le nostre vite. «Devi tornare giù... fai presto», «Non tornare giù che ci infetti tutti…”». Io volevo tornare, ma sono rimasta qui. Io volevo andare a lezione, ma ora le seguo online. E sono arrabbiata, ma credo sia normale.
Provo a raccontare cosa è successo a me, studentessa fuori sede rimasta al Nord. Mi sono sentita orgogliosa della mia scelta, questo è certo, per lo meno nessuno mi ha gridato «untrice!».

Però mi sono ritrovata cittadina di una città fantasma e la mancanza del calore famigliare, del calore degli amici e del calore di una città viva, come è sempre stata Bologna, piano piano ha iniziato a farsi sentire. Mi considero fortunata. Abito nel famoso centro di Bologna dove non «si perde neanche un bambino» in una piccola mansarda di trenta metri quadrati molto carina con il tetto in legno: sembra l’interno di una baita di montagna. Prima che il Covid-19 arrivasse era venuto a trovarmi un mio amico da Milano, anche lui fuorisede barese e in breve vacanza in attesa di laurearsi ingegnere. Poi il virus è arrivato e lui è rimasto bloccato qui. La tesi l’ha discussa nella mansarda di Bologna davanti allo schermo di un computer in collegamento skype con il Politecnico di Milano, al netto di parenti, amici e cotillon.

Quindi ora a casa siamo in 3: io, il mio amico e il mio cane! I primi giorni ci sembrava di stare quasi in vacanza, si poteva ancora uscire e i parchi erano aperti: certo, abbiamo adottato tutte le misure di sicurezza, con mamma e papà da Bari che ti ricordano per telefono di lavarti le mani una volta tornati a casa. Almeno però al parco con il cane ci potevamo andare. Poi insieme al virus sono arrivati i decreti e ci siamo resi conto che non stavamo girando le scene di un film. Decreto 1, decreto 2 e così via. E subito è comparso dappertutto l’hashtag #iorestoacasa. E allora abbiamo fatto i flash mob dal balcone e tutta l’Italia sembrava ancora in festa, e anche noi. Ma con il tempo la paura, l’ansia e la consapevolezza di non poter far altro che stare in casa e aspettare che tutto passi mi hanno fatto arrabbiare, non intristire, arrabbiare. La mia non è rabbia contro qualcuno, le epidemie non sono colpa di nessuno, o sono colpa di tutti, ma non sta a me deciderlo. La mia è una rabbia da impotenza.

Mi sento un vulcano in riposo forzato, pronto a eruttare ma senza sapere quando potrò farlo. Sono una ventenne e ho un mondo di cose belle e importanti da fare fuori dalla mansarda di Bologna. Non credo di essere l’unica a provare questa sensazione, e credo che sia del tutto legittima. Vabbe’, siamo bravi, passiamo le nostre giornate, continuando a studiare, leggendo e facendo cose che di solito non facevamo per apparente mancanza di tempo, ma comunque l’epidemia c’è e tutti te lo ricordano, compreso i meme su Facebook.

Allora esci di casa, ma stai attento all’autocertificazione, ai guanti e alla mascherina, che poi serve per andare a fare la spesa? Fai la fila, ad un metro di distanza, senza tossire o starnutire perché sennò ti guardano male. Entri nel supermercato attento a scansare qualsiasi altro essere umano, prendi ciò che ti serve e torni a casa. Ma poi devi portare il cane e quindi gli metti il guinzaglio e scendi per fare una passeggiata, però stai (di nuovo) attento all’autocertificazione e a restare entro i duecento metri da casa e a disinfettare anche il cane al ritorno perché sennò poi trasmette u virùs. Finita la passeggiata con il cane torni a casa, ricominci a studiare, a leggere e fare quelle cose che non puoi mai fare per mancanza di tempo. E basta. Le cose belle e importanti sono rimandate chissà a quando.
Ed è giusto così, è innegabile, sono convinta che questo sia il mio dovere, il mio contribuito da brava cittadina per sconfiggere il virus. Però consentitemi di essere arrabbiata. Sono nata dando per scontate le libertà che avevo, fino ad ora. Fino a che non mi sono resa conto che queste possono essere limitate da un momento all’altro per causa di forza maggiore. Io lo capisco, ma sono arrabbiata. Spero che questa rabbia e questa tristezza possano trasformarsi in volontà alla fine di questa brutta avventura.

Spero che tutto questo «ci serva come lezione», che ci spieghi i nostri limiti, che ci insegni a saper stare bene anche da soli e senza tutte le comodità a cui siamo sempre stati abituati. E spero che questo possa servire a tutti quelli che come me oggi, in Italia e nel mondo, si sentono così. Ma grazie a Dio sto bene reclusa nella mansarda di Bologna con cane e vecchio amico scout. Il sacrificio che mi è stato chiesto è banale e facile da assolvere. Penso a chi è stato ucciso dal morbo, penso a quelli che combattono in prima linea per salvare il maggior numero possibile di vite umane, perché la vita è l’unico vero bene meraviglioso ed è nostro dovere preservarla a tutti i costi. Penso a tutti quelli che oggi lavorano per consentimi di stare casa senza farmi mancare nulla. Si è vero sono arrabbiata, ma poi mi passa. E resto a casa.

Paola Carofiglio - giovane laureata costretta in casa a Bologna

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