Il secondo governo Conte è vittima del primo principio (di inerzia) della meccanica descritto da Galileo Galilei nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” e poi formulato da Isaac Newton. Se il corpo è fermo, dicono in sostanza i due grandi fisici, vuol dire che non è soggetto a forze oppure che la risultante delle forze che agiscono su di esso è nulla. Giuseppe Conte, che ha alle sue spalle le buone lezioni di filosofia del liceo classico, sicuramente conosce l’antecedente, lontano nel tempo ma saldo fino a Galilei, cioè la posizione di Aristotele che riteneva l’energia (oppure <impeto>) l’unica origine del movimento del corpo, sottovalutando così la reazione alle variazioni continue e contrastanti provenienti dall’interno e dall’esterno dell’organismo governo.
Energia o impeto, quindi, non sono sufficienti per camminare più o meno spediti se c’è chi agisce, consapevole o no, per bloccare ogni moto. Questo è stato il gioco nel primo governo Conte, ma anche nel secondo: il M5Stelle attore principale e instabile, Lega e Pd, in alternanza, nel ruolo di forza legittimante.
L’Italia è ferma da 25 anni dicono gli istituti, nazionali ed internazionali, che studiano le economie e le società. Anche su questo punto c’è da precisare. Se in una gara di marcia o di corsa un concorrente si blocca a causa di un malanno o perché non ce la fa più e gli altri procedono spediti, la distanza tra chi si ferma e chi continua la gara aumenta sempre più. Fermarsi significa scivolare sempre più indietro fino a perdere di vista non solo il drappello di testa ma anche gli altri concorrenti meno dotati. Questo sta accadendo all’Italia nella interminabile stagione di inerzia.
Le conseguenze sono varie, perniciose e sempre più difficili da riparare. La prima conseguenza, velenosa, è legata strettamente alle sorti dei diversi attori, singoli e gruppi, che dominano la politica. Sia gli attori della presunta maggioranza sia quelli delle opposizioni più o meno in attesa di scalzare chi sta al potere. In Italia agisce una malattia dalle cause profonde che nelle sue diverse fasi si rivela con sintomi costanti e a volte diversi. Ogni gruppo o élite come si dice oggi, vecchia o nuova che sia, si appella alla sua politica presentata come salvifica e si scaglia con veemenza distruttrice contro la politica dell’avversario.
Questo avviene, ogni giorno, da 25 anni in modo permanente e continuo. I gruppi che si sono alternati al potere e quelli che si candidano a occuparlo su tutto sono in disaccordo, ma su un punto convergono: la richiesta di maggiore poteri, cioè la richiesta di ridare potenza alla politica, così come è avvenuto nel corso del secolo scorso. Più politica significa più potere dei gruppi dominanti, cioè l’acquisizione di una potenza maggiore da utilizzare poi con <impeto> nel conflitto o con un semplice accentramento degli strumenti di potere. La richiesta di potenza è pervasiva, non solo nazionale. I poteri regionali e territoriali, le società di gestione dei servizi, la ramificazione delle influenze, tutto è arena di politicizzazione.
L’ infeudamento della società – ecco la seconda conseguenza - ha determinato il trasferimento di soldi e ricchezza dai singoli cittadini, dalle famiglie e dalle imprese allo Stato, sempre con la promessa di giustizia sociale, servizi e sicurezza. Maggiore potenza nefasta della politica e impoverimento degli individui, in un crescendo senza sosta, fino al collasso. Le risorse scarse, alimento dell’economia libera, finite nel corpaccione dello Stato, hanno provocato assuefazione, attesa e difesa delle aziende meno competitive. Terza conseguenza: la fuga di migliaia di giovani bravi, al Sud e al Nord, nei piccoli centri e nelle città medie, bloccati dalla fine delle risorse e dal mancato rinnovamento. La potenza della politica, infatti, è onnivora e non accetta freni. Due le alternative: l’accettazione del rapporto asimmetrico potere-individuo, aggiornamento moderno del rapporto padrone-servo; la rivendicazione e la testimonianza della libertà, fino al gesto eroico.
L’Italia soffre di asfissia. Non è che le altre democrazie godano di buona salute. Ogni Paese vive le sue contraddizioni, ma noi di contraddizioni e malattie ne abbiamo di più. La nostra mente è occupata dagli idoli accumulati nel tempo. Purtroppo i neuroni <spazzino> non ci hanno liberato dalle false divinità e dalla nostalgia dei miti mai esistiti. Solo superando i nostri vizi ritroveremo la vigoria delle generazioni migliori che in autonomia e con orgoglio hanno fatto dell’Italia un grande Paese. Potremo così costringere le rappresentanze politiche a porre fine alle false accelerazioni, alle spinte effimere, alle guerre delle false parole, per lasciare libero il campo all’iniziativa e ai sogni dei singoli, da soli o associati tra loro. In questo modo si batte l’inerzia della politica.















