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La politica al bivio tra convinzioni e convenienze

Quello che dovrebbe svolgersi oggi pomeriggio non sarà un vertice come tanti. Al netto della discussione sulle correzioni da apportare ad alcune misure della manovra economica approvata nei giorni scorsi dal governo con la formula “salvo intese”, la maggioranza deve far luce su questioni politiche rilevanti e di sostanza. Il week end appena trascorso è stato importante per tutti i partiti di maggioranza e opposizione, anche per quelli che non sono stati direttamente sotto i riflettori. Due giorni durante i quali le esigenze di comunicazione e marketing politico hanno avuto la meglio su tutto il resto, stabilità di governo inclusa.

Matteo Renzi, come dimostrano le scelte fatte alla Leopolda numero 10, sta costruendo pezzo dopo pezzo l’identità del suo nuovo movimento politico, anzitutto provando a ribaltare l’immagine del bastian contrario, lo stereotipo del Gian Burrasca pronto a rovesciare il tavolo ad ogni occasione utile pur di finire e, soprattutto, pur di restare al centro dell’attenzione. Nel far questo, tuttavia, sta scaricando su Conte e sul Pd la responsabilità della rappresentazione di sé come di un sabotatore o di un pericolo per l’intera coalizione. Renzi non ha interesse a far cadere il governo perché sa che se si andasse ad elezioni anticipate per il suo “Italia Viva” la strada sarebbe in salita, visto che siamo solo alla fase iniziale del ciclo di vita di questo nuovo soggetto politico. Egli ha voglia, però, di proporsi come alternativa al Pd, e anche se non lo ammette, prova a marcare ad uomo (forse anche a logorare) il premier, non a caso ritenuto l’artefice dell’asse privilegiato con il segretario dei Democratici Zingaretti. Si tratta dello stesso argomento che induce Di Maio ad assumere una postura guardinga e sospettosa, a non dare nulla per scontato nemmeno nel rapporto con Palazzo Chigi, sia per non indebolire il proprio ruolo di capo politico del Movimento in una fase in cui non mancano le fibrillazioni interne, sia in vista delle prossime elezioni regionali che, al netto delle dichiarazioni ufficiali, rappresentano per tutti i partiti un test di grande importanza. La competizione con Conte ormai non è più un mistero.

Sono tanti i paradossi di questa situazione, che dimostra anche quanto veloci siano le trasformazioni presenti all’interno del sistema politico italiano. Vediamone almeno tre. Il primo paradosso è che Renzi critica Conte (che gli risponde senza peli sulla lingua) dopo aver contribuito in prima persona alla nascita di un governo giallorosso, pur essendo stato nel 2018 contrario a questa soluzione tanto da aver contribuito alla creazione delle premesse utili alla nascita dell’esecutivo gialloverde. Il secondo paradosso è che il Pd di Zingaretti, che reclamava inizialmente una consistente dose di discontinuità a Palazzo Chigi, si ritrova oggi ad essere l’alleato più fedele di Conte e ad interpretare una trama tutta incentrata sul valore della coerenza e della responsabilità, anche a costo di minore mediaticità. Il terzo ed ultimo paradosso riguarda la definizione degli assetti futuri. La spinta quasi inevitabile al ripristino di una logica bipolare, specie dopo la manifestazione del centrodestra a Roma ed il tentativo di strutturare anche a livello regionale l’alleanza tra Cinque Stelle e Pd, viene rallentata nei fatti più che da visioni politiche e culturali, dall’incastro di tattiche e strategie riscontrabili sia nella maggioranza, sia nell’opposizione.

Se è vero che in Piazza San Giovanni è andata in scena l’unità del centrodestra, non è ancora chiaro il modello al quale si sta lavorando. Alcune domande agevolano l’analisi. Riconosciuta la leadership di Salvini, come si svilupperà il rapporto tra il leader della Lega e Giorgia Meloni, la quale preferirebbe un ruolo da comprimaria? Il collante tra i due leader continuerà ad essere il sovranismo o si individueranno altre narrazioni? Quanto questa impostazione è compatibile con la necessità, avvertita dai più, di imprimere alla Lega una svolta più moderata, svolta di cui lo stesso Salvini sembra essersi fatto portavoce a partire dalle dichiarazioni sull’Europa rese al Foglio una decina di giorni fa? C’è poi il nodo Forza Italia, la cui strategia non appare né del tutto chiara, né del tutto lineare, atteso che dalle sue fila arrivano ripetuti segnali d’attenzione nei confronti di Renzi e dello stesso Conte. Al premier, tra l’altro, potrebbe non dispiacere la costituzione di una quinta gamba della coalizione (i cosiddetti responsabili), anche solo con l’intento di provare a neutralizzare il senatore di Rignano e quella che dai sostenitori di quest’ultimo viene definita “influenza condizionante”.

Sono tante le questioni aperte, ma alcuni punti fermi possono essere messi. Il primo: le relazioni comunicative tra sistema politico e opinione pubblica sono spesso costruite sul presupposto della consapevolezza di ciò che gli elettori non vogliono, più che di ciò che vogliono. Il secondo: specie nell’era della trasformazione della politica in comunicazione e marketing, a vincere è la polarizzazione dei partecipanti al discorso politico, talvolta anche a discapito dei contenuti. Parliamo dell’esito di una frequentazione accanita e assidua di ambienti simbolici, come televisione e web, in alternativa o in sovrapposizione all’ambiente reale. Il terzo: ai fini delle possibili tematizzazioni da spendere nella sfera pubblica mediata è più agevole un processo incentrato sulla rintracciabilità del leader politico da parte degli elettori che il contrario. E ciò, pur sapendo che le due dinamiche si incrociano di continuo. Il quarto ed ultimo punto fermo: l’ecosistema nel quale si muovono politica e comunicazione è determinato dall’intreccio di paure, bisogni e desideri, come è possibile dimostrare facendo un’analisi del dibattito sulla manovra.

Nel complesso, il quadro che ci viene restituito è quello di un sistema contraddistinto dalla difficile giustapposizione di convenienze e convinzioni. Un sistema nel quale capita di assistere anche al primato delle prime sulle seconde

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