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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Ma quante attese per il voto del 26 maggio

Elezioni comunali

Il 26 maggio rappresenta dunque un doppio test elettorale per i partiti: a livello internazionale e a livello locale, quello che è più vicino alle viscere della gente.

06 Aprile 2019

Michele Partipilo

Tra cinquantuno giorni si voterà per rinnovare il Parlamento europeo e per eleggere sindaci e consigli di circa tremila comuni italiani. Fra questi vi sono anche tre importanti città pugliesi: Bari, Foggia e Lecce. Il 26 maggio rappresenta dunque un doppio test elettorale per i partiti: a livello internazionale e a livello locale, quello che è più vicino alle viscere della gente.
Nei mesi scorsi si è già votato in diverse regioni ed è emersa una linea di tendenza: crescita della Lega, calo più o meno vistoso dei 5Stelle e Pd ancora nel guado. Risultati che hanno fatto gongolare Matteo Salvini, uscito rafforzato sia all’interno del governo sia nella coalizione di centrodestra con cui continua a presentarsi all’elettorato.

Gli ultimi sondaggi indicano però una battuta d’arresto dei consensi alla Lega. Un dato in qualche modo confermato da altri sondaggi circa le preoccupazioni maggiori degli italiani, i quali non collocano più al primo posto il problema migranti. Il tema sta evidentemente esaurendo il suo potenziale politico, sebbene la cronaca quotidiana – vedi il caso Roma o quello della nave tedesca Alan Kurdi in balia del mare fra Malta e Lampedusa – possa fornire nuove fiammate di popolarità.
Il doppio voto del 26 maggio sarà dunque un test per capire gli umori dell’Italia ma anche dell’Europa. Per la verità già da tempo questa data è stata caricata di significati che forse vanno al di là della sua reale portata. È stata rappresentata come lo spartiacque fra un prima e un dopo, il giorno in cui si definirà la sorte del governo gialloverde; in cui potrà esserci un sovvertimento all’interno dei 5Stelle; in cui potranno riprendere vigore i partiti usciti ammaccati dalle Politiche. Anzi, da molti la prossima scadenza elettorale è immaginata come una «rivincita» rispetto alle elezioni del 4 marzo 2018.
Le opposizioni, in particolare, dipingono la domenica elettorale di maggio come il giorno della verità per la maggioranza Lega-5Stelle e in molti lo immaginano già come il giorno della fine del governo Conte. A leggere le cronache politiche quotidiane questa maggioranza dovrebbe essere collassata da tempo, visto che c’è disaccordo su tutto, anche sul colore dei tovagliolini alla buvette di Montecitorio. Lo stesso «Contratto» di governo, invocato a ogni lite, sembra un manuale Cencelli sulle «concessioni» che una parte fa all’altra: noi facciamo Quota 100 e voi fate il reddito di cittadinanza; noi blocchiamo la Tav e voi respingete i migranti e via di questo passo.
Giorno per giorno si consolida l’immagine di un governo disunito, sull’orlo dello sfascio. Ma in realtà va avanti. Certo, non nel senso di gestire il Paese in maniera efficiente e attenta, ma tirando a campare e investendo le poche risorse pubbliche in maniera molto opinabile. Morale: il clima dell’era gialloverde è il meno utile alla indispensabile ripresa economica e morale dell’Italia.

Al boato di speranza che aveva rintronato un po’ tutti all’indomani del 4 marzo, quando il tanto sventolato «cambiamento» sembrava finalmente si stesse realizzando, è subentrata una progressiva delusione. Complice una classe dirigente dalle limitate capacità, gli italiani si stanno accorgendo sulla loro pelle che tutta la rivoluzione annunciata, per il momento può attendere. E non sono per nulla contenti, come dimostra il moltiplicarsi di episodi di violenza a carattere politico: dagli assedi ai centri di accoglienza alle lettere esplosive di Torino. C’è un crescente clima d’intolleranza, di cui i social offrono una realistica rappresentazione, che va manifestandosi nel Paese. Frustrazione, insoddisfazione, disperazione sono le sue componenti essenziali, spesso alimentate dal continuo «cinguettio» dei politici. I «tweet» quotidiani per mantenersi al centro dell’attenzione mediatica e gonfiare la bolla dei consensi, ma anche un modo per distrarre dai problemi veri degli italiani, a cominciare dal lavoro che non c’è.

Con questo spirito e annoiati da quotidiane liti, accuse e smentite di Palazzo, ci avviamo alla fatidica domenica elettorale. È facile che prevalga ancora un voto di pancia, condizionato dalla propaganda via web, divenuta incontrollabile e ormai un rischio per le democrazie, poiché queste si nutrono di confronti e non di risse, di opinioni diverse e non di insulti. Ma anche quella «maggioranza silenziosa» che ancora manda avanti il Belpaese potrebbe far sentire la sua voce. Tra cinquantuno giorni sapremo.

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