Giovedì 13 Dicembre 2018 | 02:59

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L'autonomia del Nord non conviene nemmeno al Nord

«Se si doveva scegliere la strada del federalismo, si poteva farlo all’indomani dell’Unità. Oggi, un’ipotesi simile rischia di rivelarsi più catastrofica di un’eruzione del Vesuvio»

Per il Sud altri schiaffi: sarà l'ora di reagire?

Incredibile. Mentre, nonostante tutto, la società economica tiene aperte le finestre sul mondo, la società politica vuole chiudersi in cantina. Come giudicare altrimenti la volontà di alcuni settori del Nord, sostenuti da Lega e M5S, di pretendere più autonomia (non solo fiscale) dallo Stato centrale per dividersi e dividerci in piccole patrie? Sembra quasi che la voglia di far male e, peraltro, di farsi male abbia contagiato un po’ tutti nell’Italia 2018. Già ipotizzare uno strappo dall’Europa, col rischio che le conseguenze sulla Penisola risultino ben più devastanti di quelle all’orizzonte nel Regno Unito dopo la sciagurata decisione referendaria di dire sì alla Brexit, è da kamikaze.

Figuriamoci cosa accadrebbe, sul suolo italico, se il sovranismo attecchisse anche a livello regionale, riportando la nazione ai secoli bui degli staterellli strutturalmente in conflitto tra loro. Meglio non pensarci. Ma quando la tentazione autodistruttiva del cupio dissolvi prende il sopravvento, anche il plotone degli inguaribili ottimisti a oltranza potrebbe essere tramortito da un profondo senso di sfiducia. Del resto, ad impossibilia nemo tenetur, direbbero i latini.


Strano il comportamento della politica e di frange della cultura del Nord. Se proprio, colà, dovevano insistere per l’autonomia, avrebbero dovuto farlo all’indomani dell’Unità d’Italia (1861), sposando il progetto federalista di Carlo Cattaneo (1801-1869) che agognava un Settentrione modello Svizzera. Prevalse, come tutti sanno, il modello centralista legato alla monarchia di Casa Savoia. Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), pur combattendosi per una vita, consegnarono la Penisola unita alla dinastia sabauda e ne accettarono lo scettro, oltre che l’idea di Stato centralizzato. Non fu una scelta sbagliata, anche se l’approccio dello Stato unitario nei confronti del Meridione sarà tutt’altro che felice. Basti pensare al drenaggio dei capitali del Sud impiegarti dai «piemontesi» per onorare i debiti di guerra, e alla pazzesca scelta protezionistica (1887) che bloccò sul nascere l’industria agroalimentare del Mezzogiorno.


Paradossalmente, se avesse avuto la meglio l’opzione federalistica alla Cattaneo, forse la Bassa Italia non avrebbe sofferto i dolori del protezionismo e di una tassazione spinta al massimo. La disaffezione fiscale di larghe fasce del Meridione nasce dall’impossibilità di sostenere, nella seconda metà dell’Ottocento, livelli impositivi pari a quelli stabiliti per il ricco Nord. In uno Stato a impostazione federalistica, le popolazioni del Sud avrebbero potuto usufruire di un’autentica «fiscalità di vantaggio», il che avrebbe fatto da lievito ai consumi e alla produzione.


Non a caso, i più prestigiosi nomi della letteratura meridionalistica non sono mai stati ostili al federalismo. Anzi, alcuni lo hanno auspicato con forza e caparbietà. Lo stesso Cavour si rendeva conto che il Sud meritava un’attenzione particolare. Infatti, poco prima di spirare, aveva manifestato l’impegno di concentrarsi sul dossier Mezzogiorno con la stessa passione che aveva riservato all’obiettivo della ricomposizione politica nazionale. Morto Cavour, lo Stato postpiemontese ha adottato una linea muscolare nei confronti del Meridione, contribuendo a esasperare il divario economico e le incomprensioni psico-culturali.
In soldoni. Se proprio si doveva scegliere la strada del federalismo e dell’autonomia, si poteva farlo all’indomani dell’Unità. Oggi, un’ipotesi simile rischia di rivelarsi, per tutti, più catastrofica di un’eruzione del Vesuvio.


Il Mezzogiorno correrebbe il pericolo di essere risucchiato in Africa. Con minori trasferimenti dallo Stato centrale e con il gettito fiscale inferiore, non avrebbe un euro per realizzare infrastrutture materiali e immateriali. Altro che autonomia. E senza opere pubbliche di sostegno alla crescita, neppure un cervello che sommasse il genio versatile di Leonardo da Vinci (1452-1519) al talento specialistico di Bill Gates riuscirebbe a combinare gran che.


Ma anche il Nord non farebbe bingo se ottenesse più autonomia dei giovani d’oggi nelle rispettive famiglie. Anzi s’incamminerebbe, di corsa, verso il precipizio. I contenziosi con Roma crescerebbero a ritmi vertiginosi. Il pagamento delle infrastrutture darebbe adito a mille conflitti, tanto da fermare qualsiasi iniziativa. Di sicuro verrebbe alla luce la questione della ripartizione del debito pubblico nazionale, il cui peso maggiore ricadrebbe proprio sulle regioni del Nord. Salirebbe di tono la contrapposizione culturale e commerciale tra le due Italie. Insomma, di lite in lite, quelli della Padania si accorgerebbero del fatto che, come avviene tra i litiganti pronti a confrontarsi in tribunale, le migliori cause sono quelle che non si fanno, e che se è vero che il Nord ha dato di più in termini di contributo fiscale, è altrettanto vero che il Nord ha ottenuto di più sotto tutte le altre voci, a iniziare dai trasporti per finire al finanziamento della cassa integrazione (utilizzata in larga parte dalle aziende settentrionali).


Probabilmente, con il preannuncio, da parte di Di Maio e Salvini, dell’ok all’autonomia di Veneto e Lombardia, la maggioranza di governo cerca di placare il malcontento dell’Italia ricca nei confronti di alcune spese assistenziali previste nella manovra. Ma, lasciatecelo dire, è un’operazione più rischiosa di un triplo salto mortale senza reti di protezione. Anche, o soprattutto, per i presunti beneficiari. Oltre che per l’intera Penisola.

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