Fin dalle origini del pensiero politico, la natura è stata la prima maestra di ordine e convivenza. Nella Grecia antica, filosofi come Aristotele e Platone vedevano nella physis il principio stesso della polis: l’uomo, creatura sociale, viveva in equilibrio con il ritmo naturale del mondo. «L’uomo è per natura un animale politico», scriveva Aristotele, ricordando che la comunità è un’estensione della vita biologica e che il bene comune nasce dall’armonia tra individui e ambiente.
Nell’antica Roma, le leges agrariae regolavano la distribuzione delle terre come fondamento di giustizia sociale. La cura del suolo era già politica della vita. Virgilio, nelle Georgiche, aveva espresso la stessa visione poetica e civile: il lavoro agricolo come atto morale, capace di unire i cittadini nel rispetto del ciclo della terra. Durante il Rinascimento, la riscoperta dell’uomo e della natura andò di pari passo con una nuova idea di governo. Leonardo da Vinci, osservando i fiumi, capì che «ogni parte del tutto è necessaria» e che governare una città significava comprendere i suoi flussi naturali. Machiavelli, pur immerso nella realtà del potere, scrisse che la fortuna, cioè la natura, può essere domata solo con virtù, mai posseduta, un equilibrio sottile tra azione umana e forze del mondo. Con l’Illuminismo, la natura divenne misura razionale del diritto. Rousseau aprì il Contratto sociale con un’immagine che rimane un faro etico: «L’uomo nasce libero e dappertutto è in catene».
La libertà, per lui, si riconquista tornando alla semplicità della vita naturale, dove uguaglianza e rispetto si fondano su ciò che la terra offre a tutti. L’Ottocento vide la nascita delle prime politiche ambientali nel senso moderno. Negli Stati Uniti, Henry David Thoreau scriveva Walden come esperimento di libertà e autogoverno in armonia con la foresta. Poco dopo, John Muir fondò il movimento dei parchi naturali, persuadendo Theodore Roosevelt che proteggere le montagne e i fiumi era un dovere civico, non un lusso estetico. Nacque così la visione della natura come bene pubblico, scuola di democrazia e di uguaglianza. In Europa, il pensiero socialista e umanista si avvicinò a questi ideali. William Morris e gli utopisti dell’Ottocento sognavano città-giardino, dove bellezza e giustizia potessero convivere. Nel Novecento, dopo le guerre mondiali, la politica riscoprì la natura come strumento di ricostruzione morale. Il New Deal di Franklin D. Roosevelt finanziò la riforestazione e la conservazione dei suoli, offrendo lavoro e dignità a milioni di persone.
In Europa, il Welfare State nacque anche dal desiderio di restituire benessere fisico e mentale alle comunità distrutte: salute, spazio pubblico e verde urbano diventarono parte della cura collettiva. Nel 1948 la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non menzionava ancora l’ambiente, ma ne preparava il terreno, riconoscendo il diritto alla vita e alla dignità in senso ampio. Gli anni Sessanta e Settanta furono la grande svolta ecologica. Nel 1962 Rachel Carson, con Primavera silenziosa, denunciò gli effetti dei pesticidi e fece nascere la coscienza ambientalista moderna. Nel 1972 la Conferenza di Stoccolma sancì che «l’uomo ha il diritto fondamentale a un ambiente di qualità che consenta una vita dignitosa e benessere». Era la prima volta che le Nazioni Unite parlavano di ambiente come diritto umano. Poco dopo, il Club di Roma pubblicò I limiti dello sviluppo, e l’idea di progresso illimitato cominciò a cedere il passo a un nuovo paradigma: sostenibilità. Negli anni Ottanta e Novanta, la natura divenne simbolo di cooperazione planetaria. Il Rapporto Brundtland del 1987 definì lo sviluppo sostenibile come «quello che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». L’Agenda 21, nata dal Summit di Rio del 1992, portò il concetto di ambiente come leva di cittadinanza attiva nei comuni, nelle scuole, nelle comunità. In Italia, la Costituzione venne interpretata alla luce del «paesaggio» come bene collettivo, e studiosi come Alexander Langer invocarono una conversione ecologica della politica. Il XXI secolo ha allargato questa visione. La natura è tornata protagonista delle politiche urbane, sanitarie, culturali.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di «determinanti ambientali della salute» e di Nature-Based Solutions, ossia di parchi, foreste urbane, tetti verdi e percorsi sensoriali come strumenti di prevenzione. L’Unione Europea ha adottato il Green Deal e la Strategia per la Biodiversità 2030, dichiarando che «la salute del pianeta è la salute delle persone». In molti Paesi, il diritto all’ambiente sano è stato inserito nelle costituzioni, dall’Ecuador al Canada, fino alla recente riforma italiana del 2022. Accanto ai governi, sono nate nuove forme di partecipazione civile. Movimenti come Fridays for Future, Extinction Rebellion, ma anche reti di comuni e associazioni. Le città che investono in verde accessibile, agricoltura urbana e comunità energetiche mostrano che l’ambiente non è un vincolo, ma una forma di libertà condivisa. Dalla forestazione di Milano ai corridoi ecologici di Singapore, fino ai modelli nordici di welfare ambientale, la politica della natura diventa politica della felicità. Oggi, in un mondo attraversato da crisi climatiche, migrazioni e solitudini, la natura torna ad essere maestra di coesione. Il contatto con il verde riduce l’aggressività, stimola l’empatia, ricostruisce legami. Le prescrizioni di natura, le politiche One-Health, le scuole all’aperto e le biophilic cities incarnano questa nuova visione: la cura dell’ambiente come cura di sé e della comunità. Papa Francesco, nella Laudato sì, ha ricordato che «tutto è connesso» e che l’ecologia integrale è una questione di giustizia tanto quanto di amore. Guardando al futuro, la politica dell’ambiente non può più limitarsi alla protezione del paesaggio, ma deve riconoscere nella natura un’alleata della crescita umana. La biodiversità diventa metafora di democrazia, il bosco modello di cooperazione, il fiume simbolo di continuità tra generazioni. Se l’antica polis trovava nella terra la sua misura, la civiltà contemporanea può ritrovare in essa la propria speranza. La natura, da bene da amministrare, torna ad essere bene da condividere: la più antica, e la più attuale, forma di politica del cuore.
















