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Bruttissima la moda
delle «bellissime»

Un testo-inchiesta sulle «baby miss» della tarantina Flavia Piccinni

Bruttissima la modadelle «bellissime»

Piccole donne in miniatura, supertruccate, travestite più che supervestite, bamboline sicure, magnetiche e ammiccanti catapultate nell’ingenua messinscena di una precoce «adultità». I genitori vivono assai spesso come un gioco questa metamorfosi dell’infanzia in star di concorsi o passerelle. Quando proprio un gioco non è. Semmai una «cosificazione», che sconfina in uno «sfruttamento» spesso inconsapevole.

Di questo sconvolgente impiego dei bambini e delle bambine in specie nella moda in Italia, si occupa la giornalista e scrittrice Flavia Piccinni, nata a Taranto, già vincitrice del Premio Campiello Giovani, in un libro-inchiesta, Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite (Fandango ed., pp. 200, euro 16,00).

Piccinni, che cosa è questo «culto della grazia e della necessità di piacere in cui molto spesso cresciamo», di cui lei parla e che è al centro del suo libro?

«Sono gli stereotipi di genere, che si allargano da prigione dell’immaginario collettivo a carceri dell’aspetto. La bellezza ha sempre vissuto grazie a dei canoni. Oggi siamo all’esasperazione completa di parametri assoluti, uno dei quali la magrezza, che non conosce alternative e che contagia con effetti disastrosi i più piccoli».

Ma è una istanza, un bisogno nuovo dei nostri giorni? O è sempre esistito, in maniera più o meno manifesta anche se inconsapevole?

«Il culto dell’eroe. La necessità di essere accettati. Il bisogno del successo. Sono elementi da sempre insiti nell’uomo, che ai nostri giorni prendono sinistre forme, che riguardano i bambini e le bambine, e lasciano solchi profondissimi nelle vite dei piccoli direttamente coinvolti nel mondo dei lustrini, ma anche nei bimbi che di questo mondo fruiscono come spettatori. Magari solo sfogliando riviste, guardando la tv o utilizzando il web».

Chi ne sono i «sacerdoti»?

«Bellissime è nato una sera di diversi anni fa. Ero nella periferia della periferia toscana, in un albergo sperduto nel niente. In una sala zeppa di persone, c’era una passerella improvvisata. Su questa passerella venivano avanti delle bambine. Doveva essere uno spettacolo innocente. Invece davanti mi sono trovata piccole donne miniaturizzate, truccate come adulte e con atteggiamenti ipersessualizzati. Erano bellissime e magnetiche, estremamente sicure di loro».

E allora?

«Mi sono domandata: ma in quale momento le bambine hanno smesso di guardare i cartoni animati e hanno iniziato a guardare i tutorial per imparare a truccarsi? Poi ho visto le loro mamme, che litigavano perché le piccole avessero più spazio in passerella e davanti ai fotografi di provincia accalcati in fondo alla sala. E così le mamme sono diventate le seconde protagoniste di questo racconto».

Anzi, forse le prime.

«Le sacerdotesse di un mondo popolato da marchi e pubblicità, agenzie di casting e organizzatrici di eventi, fotografi e truccatori. Sacerdoti del culto dell’apparenza».

Le manifestazioni più eclatanti di questo culto trascorrono dalla moda alla comunicazione... quali i campi oggi appunto interessati?

«Quello della moda bimbo è un mondo che rimane sottotraccia. Un mondo in cui è difficile entrare. Un mondo che non vuole esporsi. È un mondo popolato da persone che hanno paura di una demonizzazione, di venire additati e criticati per le scelte di singole madri o brand. Io ho cercato di raccontare il buono e il negativo. Ho cercato di raccontare tutto quello che ho visto mettendo in evidenza come protagonisti sono i genitori, i marchi di moda, le agenzie e naturalmente i bambini. Ci sono bambine, spesso guidate da mamme equilibrate, che la vivono come un gioco, come un’esperienza positiva della quale riescono a conservare l’innocenza».

Ma ci sono anche cose negative...

«Un esempio su tutti: a gennaio 2017 ho partecipato a una sfilata a Firenze, dove ai bambini non era stata data l’acqua durante le prove. Bambini senza acqua per evitare di andare in bagno o bagnare i vestiti. Francamente non riesco a immaginare niente di peggio. Anzi sì: le mamme non fecero niente, non portarono via i loro figli».

Ma lo sguardo amorevole per metamorfizzare ogni fanciulla in una bellissima non nasce dal profondo delle famiglie e non fa parte di un più ampio processo di adultizzazione cui sottoponiamo comunque i nostri figli e nipoti?

«C’è una netta differenza fra sfoggiare il proprio figlio e sentirsi orgogliosi quando a Natale recita la poesia sullo sgabello davanti a tutti, e obbligarlo tutte le settimane alla spola Catania-Milano per fargli fare dei casting. Lo stress, il tempo dedicato, l’annullamento del gioco e dei desideri dei bambini sono il discrimine principale dal mio punto di vista. Il discrimine fra l’infanzia e il diventare adulti all’improvviso, senza gli strumenti per esserlo».

Costruire questo destino di «bellissime», diversamente che nel film «Bellissima» di Visconti, cambia poi realmente il corso di una vita?

«Per alcune è così, ma sono casi isolati e fortunatissimi. Il più delle volte le bellissime bambine che ho incontrato una volta superato il metro e trenta, discrimine per far parte del mondo baby, vengono tagliate fuori dal mondo di glitter e lustrini. Così incominciano la maggior parte delle volte i problemi di salute e di comportamento».

A cosa porterà questo stile sfarzoso del «pageantry», dello spettacolo sfarzoso?

«A fare al corpo dei bambini quello che è stato fatto al corpo delle donne: scomporlo in parti, e utilizzarlo come carne da macello».

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