«Ti amo e non è semplice / credere in Dio se non ti porta più da me». Basterebbero questi versi per entrare nel cuore di «Monografia», il primo album di Mela Indie, progetto artistico del musicista pugliese Vito Antonio Indolfo. Un esordio che è molto più di una raccolta di canzoni: è un viaggio intimo e stratificato dentro l’esperienza universale dell’amore perduto, raccontato senza filtri e senza compromessi. Disponibile dal 3 aprile per l’etichetta Dischi Uappissimi, «Monografia» si presenta come un concept album compatto e coerente: 14 tracce – un intro, un outro e dodici canzoni – che compongono un percorso autobiografico capace di denudare completamente l’autore. Il filo conduttore è uno solo, come sottolinea lo stesso artista: l’amore che si comprende davvero soltanto quando lo si perde.
Attivo dai primi anni Duemila e già frontman di realtà di culto della scena alternative del Sud Italia come Odi et Amo e AcomeandromedA, Indolfo approda con Mela Indie a una forma di cantautorato personale e non convenzionale. Le sue canzoni, prevalentemente in italiano, si distinguono per una scrittura poetica e per l’importanza centrale degli arrangiamenti, che qui diventano parte integrante della narrazione. «Monografia» è un disco autentico e profondamente umano, costruito su musica suonata, su orchestrazioni ricche e su una voce che sembra emergere «con l’ultima forza di un diaframma quasi fermo». Un lavoro in controtendenza rispetto alla velocità e alla frammentazione dell’attuale mercato musicale: qui il tempo si dilata, l’ascolto si fa attento, l’emozione prende spazio.
Ad anticipare l’uscita, il singolo «Lucio Dalla», accompagnato da videoclip, omaggia il grande cantautore bolognese, definito da Mela Indie «una stella che mi protegge». Non una semplice citazione, ma una presenza simbolica che attraversa il disco come guida e riferimento spirituale. L’album si apre con un’introduzione scarna, quasi una dichiarazione d’intenti, e prende forma con «se tu», unico brano non scritto da Indolfo ma tratto da una poesia del 1969 di Maurizio Santangelo. Da qui in avanti ogni traccia cambia pelle, esplorando registri e atmosfere diverse: dalla tensione classica e notturna agli slanci più melodici, dalle suggestioni progressive alle incursioni sinfoniche. In «canzone per Sanremo» emerge una speranza ostinata che attraversa l’intero lavoro, mentre «dalla faccia dell’amore» richiama la grande tradizione italiana, con echi che rimandano a un immaginario anni Sessanta. «Shhh» rompe gli equilibri con una ballata lisergica e stratificata, mentre «questa bellissima canzone per te» mette in scena, senza filtri, lo sfacelo emotivo dell’amore quando viene meno.
Brani come «senza paura» e «suono sì» mostrano il lato più essenziale e disarmato dell’autore, tra confessione e resa, mentre «Turandot (di ghiaccio)» rappresenta il vertice orchestrale del disco, con un impianto fortemente teatrale. A seguire, «in ogni parte di me» riduce tutto all’osso: solo voce e pianoforte, in un momento di sospensione quasi mistica. Il cerchio si chiude con «Garbatella», sintesi narrativa ed emotiva dell’intero percorso. Qui la chiave di lettura si rivela esplicitamente: l’amore come dono e perdita, come errore e possibilità di redenzione. L’outro finale, costruito su una struttura musicale circolare, restituisce la sensazione di un viaggio che si conclude ma continua a risuonare.
Particolarmente curato anche l’aspetto visivo: l’artwork, firmato dal pittore Danilo Babbo e rielaborato graficamente da Alberto Mocellin, raffigura un volto scomposto che si sovrappone alla silhouette del soggetto, in perfetta sintonia con la natura frammentata e ricomposta del disco.
Registrato tra Monopoli e Alberobello e mixato presso il Sudestudio di Guagnano, «Monografia» vede la partecipazione di numerosi musicisti e arrangiatori, a conferma di un lavoro corale e stratificato, in cui ogni dettaglio contribuisce a costruire un universo sonoro coerente e profondo. Più che un semplice debutto, «Monografia» è un atto di esposizione totale. Un disco che sceglie la vulnerabilità come linguaggio e che, proprio per questo, riesce a parlare a chiunque abbia conosciuto, almeno una volta, la complessità dell’amore. Un invito ad ascoltare con attenzione, a rallentare, a lasciarsi attraversare. Un viaggio, appunto.
















