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Intervista all'unica attrice italiana del film, Elena Rusconi

Per il suo plurimilionario action move Six Underground, Michael Bay ha scelto un’attrice italiana per impersonare l’anima. È la ventisettenne milanese, trapiantata a Broadway, Elena Rusconi. «Era l’agosto del 2018, quando inaspettatamente, mentre lavoravo a teatro in America, in una pausa nella mia vita in cui stavo per fare le valigie per tornare in Italia, ho avuto notizia di aver vinto l’audizione-video di Six Underground. Bay personalmente mi aveva scelto. Un mese e mezzo dopo ero in Italia, per girare le scene di una produzione incredibile». Alla «Gazzetta del Mezzogiorno» Rusconi trasmette le sue emozioni per aver fatto parte della più costosa produzione cinematografica edita da Netflix, che dal 13 dicembre lo trasmette per i suoi 150 milioni di abbonati di 190 nazioni del mondo.

Rusconi, lei nel film di Bay è Arianna, una barista fascinosa che attrae il protagonista Ryan Reynolds a capo di una banda di eroi che deve eliminare il male nel mondo: avrebbe mai immaginato di ritrovarsi un giorno a letto, per esigenze di copione, con una stella del cinema hollywoodiano?
«Sinceramente no, è stata una sorpresa incredibile! Ciò che è stato bello e formativo per me, aver interagito con due professionisti del mondo cinematografico. Il regista Bay ha un ritmo tutto suo, all’inizio può sembrare caotico ma va seguito senza porre resistenza perché è un caos ordinato e alla fine tutto ha senso, è uno spettacolo vederlo in azione. È geniale in quello che fa e un vero leader. Reynolds è stato molto umano e mi ha dato serenità prima di quella scena intima che è stato il primo mio ciak. L’incontro con questi due personaggi mi ha fatto ricredere sui lati oscuri dello star system».

L’unica presenza attoriale italiana in una pellicola di azione guidata dal padre di “Armageddon”, “The rock” e “Transformers”, che potrebbe essere solo il primo atto di una nuova serie-blockbuster: quanto è orgogliosa di esserci stata?
«Molto, perché la presenza di un cast così stellare, la direzione acuta di Bay e la bellezza culturale italiana ritratta dalla sua opera, costituiscono le mie tre ragioni per cui questo film merita di essere visto».

Prima di apparire nei ciak italiani di “Six Underground”, lei si è guadagnata una fetta di celebrità nazionale apparendo nel video “Stella Cadente” dei Modà, in cui è stata la protagonista di una inedita fiction musicale: per lei il cinema è come una stella cadente sulla quale ha già espresso un desiderio? 
«Altro che uno! Di desideri ne ho espressi troppi! Sogno di fare questo mestiere da quando ho otto anni. Mi sa che una sola stella cadente non basta!»

Dall’Accademia d’arte Drammatica del pugliese “Paolo Grassi” agli Stati Uniti che l’hanno accolta, da art director di grido come Michael Rodgers, Karl Bury, Larry Moss e Patsy Rodenburg tra la contemporaneità e Shakespeare: quanto è tosta e allo stesso fondamentale la formazione?
«La formazione per me è stata fondamentale e non solo per la mia crescita artistica ma anche e soprattutto per la mia crescita personale. Ho iniziato a studiare nell’accademia dove insegnava Rodgers a 16 anni e non è stato facile portare avanti il liceo classico e l’accademia allo stesso tempo perché ero a teatro dalle 18 alle 23 tutte le sere. Nascondevo i copioni nei libri di scuola durante il giorno per finire la notte a fare in qualche modo i compiti per il giorno dopo. A 18 anni sono stata presa alla Stella Adler di New York e qui è cominciato un nuovo capitolo, difficile per altre ragioni ma sicuramente molto gratificante. Non penso che la formazione sia necessaria per lavorare come attrice ma per me è stata indispensabile. Quest’industria è
spietata. Appassionarsi ai testi e ritrovare l’amore per l’arte è fondamentale per restare a galla, conservare la motivazione e trovare il proprio equilibrio. La scuola mi ha dato la possibilità di capirlo e I mezzi per realizzarlo».

Dai palcoscenici italiani a Broadway dove ha recitato in spettacoli definiti superbi e stravaganti dalla critica come il suo ultimo “Dress of Fire” dove lei è stata Elena di Troia: c’è da provare le vertigini?
«Le emozioni sono tante ma per me il teatro non è mai stato destabilizzante, anzi proprio l’opposto. In America solitamente si fanno otto repliche a settimana quindi bisogna essere molto preparati a livello fisico, vocale ed emotivo. Non c’è spazio per le vertigini a teatro, ma in qualunque altro momento è impossibile evitarle, nel bene e nel male. Si passa da momenti di adrenalina pura al vuoto più totale in cui non si sa quando e se si lavorerà ancora. Questo per me è l’aspetto più difficile: non avere nessuna certezza perché tutto può cambiare in un secondo, essere in balia degli eventi e succubi delle decisioni altrui. Certo, quando le soddisfazioni arrivano non c’è niente di più bello, ma vincere è facile. Bisognerebbe imparare a perdere con classe, grinta e tanta pazienza ed umiltà. Io sono ancora in alto mare ma continuo a provarci». 

Tra il palcoscenico e il grande schermo, la lotta per un ruolo è più difficile nell’industria hollywoodiana?
«Penso che sia difficile un po’ ovunque. In America c’è più competizione ma anche più lavoro, non necessariamente per gli Italiani però. La lotta per un ruolo è davvero un mistero per me. Ci sono tante componenti, tra cui possono giocare un ruolo dominante anche la fortuna e le conoscenze. Da sognatrice voglio però continuare a credere nel merito».

Dalla statunitense “The Catch” all’anglo-italiana “I medici 2”: ci sono differenze tra i due mondi che producono in televisione?
«Erano produzioni molto diverse. The Catch è una serie prodotta da Shonda Rhymes (Grey’s Anatomy e Scandal) per ABC. L’ho girata a Los Angeles tre anni fa. La mia parte nei Medici 2 invece è stata girata a Mantova. Location spettacolari, costumi da sogno e atmosfera molto più calorosa essendo una coproduzione italiana. Avevo dei ruoli piccoli ma entrambe sono state delle esperienze molto interessanti» 

Ha 27 anni e tutto il mondo davanti: cosa riesce o vuole vedere per lei dalla prospettiva di attrice?
«Vorrei raccontare storie che meritano di essere raccontate e dare voce e profondità a personaggi che di solito vengono poco approfonditi. Insomma mi impegno per restare una sognatrice e spero di poter riuscire a fare questo lavoro mettendo nei ruoli che interpreterò tutta la mia formazione, le mie esperienze e, se c’è, il mio talento».

(foto dal set Todaro)

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