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Castel del Monte «ricreato» da Stefano Benazzo

Il modello è realizzato con 10mila blocchetti di resina

Andria «Il mio modello in scala 1:150 di Castel del Monte è composto di circa 10mila blocchetti di resina, ciascuno di essi sagomato, inserito, incollato e molato. Il suo diametro è di 37,5 centimetri e mi preme sottolineare che il colore della resina è molto verosimile se confrontato alla realtà. Lo espongo normalmente su un asse girevole, in modo che chiunque possa ruotarlo e vederlo da tutti i punti di vista».

A Stefano Benazzo, già ambasciatore di carriera e curioso uomo che ama e divulga la cultura, brillano gli occhi quando parla del «suo» Castel del Monte a pochi passi dalla città di Andria. E in realtà l'aggettivo possessivo indica proprio il fatto che questo artigiano del bello ha materialmente dato vita all'ottagono più bello del mondo e inserito come bene tutelato dall'Unesco.

Alla Gazzetta, con signorilità e ben conscio «dell’importanza della carta stampata», ha raccontato questa sua passione.

Benazzo - famoso in tutto il mondo per la sua specialità di fotografo di relitti marini, facendo un giro su stefanobenazzo.it scoprirete un modo unico – ha cominciato a costruire modelli architettonici in scala dall'età di 25 anni forte di una passione avviata a 14 anni con barche e navi e ad oggi ha costruito 16 modelli (8 in legno, 8 in cartone, 1 in resina).

«Penso di essere stato, in un’altra vita, costruttore di cattedrali e non per forza architetto ma forse semplice manovale o intagliatore o falegname – ha premesso Benazzo, con la sua innata cordialità -. Una mia soddisfazione è stata di offrire a dei colleghi modellisti architettonici i piani di costruzione e le tecniche costruttive di alcuni miei modelli di chiese antiche in legno, che sono state successivamente da essi replicati in scala».

«Sono sempre stato affascinato da Castel del Monte che ho visitato varie volte non mancando mai di farvi tappa quando mi recavo nella mia sede di lavoro a Sofia (o ne tornavo) – ha proseguito -. Castel del Monte è il simbolo di un uomo straordinario. Non era chiamato per caso Stupor Mundi: lo sarebbe anche oggi, se solo le persone non dessero più importanza al patrimonio o alla capacità di influenzare le masse. Federico II aveva messo in pratica, come forse nessuno prima o dopo di lui, la capacità di raccogliere e motivare uomini di scienza di tutte le religioni e tutti i paesi per creare uno scrigno che racchiude lo scibile dell’epoca. Il castello è quindi per me il simbolo di una ricerca corale e multidisciplinare, oltre le origini personali, per lasciare una traccia di quel tempo. Ammiro Federico II per essere riuscito a intuire l’importanza di realizzare l'ottagono, in aggiunta alle sue conquiste politiche e militari, ed alla sua cultura».

Ancora: «L’impressione che provo ogni volta che vedo da lontano Castel del Monte, e sempre di più man mano che mi avvicino, è lo stupore per l’idea geniale avuta dal suo creatore, un’idea che conserva la medesima valenza dopo otto secoli. A differenza delle Piramidi (sorte quali sepolcri), della Muraglia cinese (costruita a scopo difensivo), di taluni edifici in India (eretti in omaggio a divinità o quali sepolcri), delle costruzioni degli imperi centro e latino americani (edificate a scopo religioso), Castel del Monte è unico perché è una capsula nel tempo e nello spazio, l’equivalente delle sintesi che oggi vengono affidate alle navicelle spaziali se si ritiene che esse possano entrare in contatto con altre galassie abitate. Castel del Monte ha attraversato i secoli e li attraverserà con la stessa intensità, suscitando la medesima ammirazione e stupore».

Benazzo, sempre con gentilezza, roteando il caleidoscopio dei suoi ricordi personali aggiunge: «Ho visitato la prima volta la meraviglia di Federico II facendo fare ai miei figli un giro turistico nella meravigliosa regione Puglia. Ricordo che dopo aver lasciato la carriera diplomatica a fine 2012, sono persino partito una mattina alle quattro da Todi per andare a Castel del Monte con il mio modello nel baule dell’auto e, avendo ricevuto in anticipo le necessarie autorizzazioni dalla competente Soprintendenza, ho fotografato il modello davanti al Castello, facendo quindi ritorno a casa in serata. Non manco di esporre questa foto accanto al mio modello ogni qual volta lo espongo in pubblico».

Benazzo, abituato a non lasciare nulla al caso, aggiunge: «Lo studio preliminare accurato che sta alla base della costruzione di modelli mi permettono di cercare di entrare nella psiche di chi ha avuto un ruolo nella costruzione primaria».

Aggiunge: «La sensazione che ho provato quando ho terminato il modello del Castello, oltre al sollievo, come ogni volta che mi dedico per 2-4 mesi ad un modello architettonico o navale, è stata la consapevolezza di essermi avvicinato alle capacità tecniche e manuali delle schiere di geniali architetti e pensatori, scienziati, manovali, maestri d’ascia, intagliatori, scultori e pittori che per passione (o per guadagnarsi un compenso) hanno profuso le loro migliori energie in quell’opera. In questo caso, a differenza dei miei modelli di chiesa, non vi era per me collegamento con la Fede, ma l’ammirazione per un’idea geniale portata a termine e rimasta a testimonianza eterna».

Poi, in merito alle sensazioni che si provano essendo a contatto con Castel del Monte, conclude affermando che: «è essenziale perché ci eleva in un’altra dimensione, oggi scomparsa: la ricerca dell’assoluto. Ma nello stesso tempo ci consente di diventare partecipi della tensione che ha animato i suoi ideatori e i suoi costruttori. Come nel caso dei relitti spiaggiati che mi parlano (e di cui traduco i racconti in un libro che spero di pubblicare presto), Castel del Monte parla a chi vuole ascoltarlo, disteso sulle pietre all’esterno, al centro del cortile o in una delle sale. E ci obbliga a nostra volta a porci delle domande. In ogni caso vorrei un giorno fotografare Castel del Monte con la luna piena».

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