Venerdì 16 Gennaio 2026 | 21:25

Le vite sospese nelle strade di Lecce, tra volontari e storie di senzatetto

Le vite sospese nelle strade di Lecce, tra volontari e storie di senzatetto

 
Redazione online

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Il lavoro dell’unità di Casa Comune Emmanuel per dare un conforto a chi dorme all’aperto anche nelle gelide notti di gennaio, tra dialogo, ascolto e fragilità estreme

Venerdì 16 Gennaio 2026, 15:26

È la sera di lunedì 12 gennaio, a Lecce ci sono 3 gradi e umidità alle stelle. L’unità di strada di Casa Comune Emmanuel sveglia con delicatezza un uomo sui 60 anni: «Marco cosa vuoi: un tè caldo, una coperta, dei taralli, qualche merendina?». E lui risponde: «Ce l’avete una casa?». La sua scheda parla di un possibile disturbo post-traumatico da stress e di tossicodipendenza, e la sorpresa è che ha meno di 50 anni. Accetta due bicchieri di tè e il cibo, ma non le coperte, anche se la panchina su cui dorme non offre riparo, esposta al vento da qualsiasi lato. I volontari che accompagnano Stefania Gualtieri, vicepresidente della Fondazione Emmanuel, sono tutti qualificati: Martina, assistente sociale, guida il pulmino dell’unità e ha un occhio infallibile nel riconoscere i fagotti creati da chi dorme in strada, per raggiungerli. Erica è un’operatrice sociale, già attiva con Amnesty international e come clownterapista, Michele è un operatore del Pronto intervento sociale (Pis) del Comune.

L’unità dell’Emmanuel è diversa da altre forme di assistenza in strada perché non porta con sé panini o cibo preparato, ma fornisce generi di conforto con l’idea di dialogare con le persone e consigliare sull’utilizzo della casa di prossimità di via don Bosco, 18, dove possono lavarsi, fare il bucato, usufruire di consulti psicologici e assistenza legale, ma anche di momenti di svago e socialità, dal cineforum alle merende condivise ai corsi di lingua.

Sono circa quaranta i senzatetto che si trovano abitualmente a Lecce, ma lunedì per molti è stato possibile registrare l’accesso nelle strutture e nei dormitori cittadini, da Masseria Ghermi a quella di San Bernardino Realino. Ma quelli che dormono in strada sono una ferita che non si rimargina in una città piccola come Lecce, perché si tratta di persone con una diagnosi di psicopatologia o anche una doppia diagnosi, legata alle dipendenze, o ancora con difficoltà burocratiche che non permettono di accertarsi di chi si tratti realmente.

C’è Enzo, a Lecce da più di vent’anni, che chiede l’elemosina davanti alla Conad di piazzale Rudiae. Aveva trovato posto a Ghermi, ma è dovuto tornare in auto: «Io ho una dignità e voglio una casa ammobiliata per poter gestire la mia indipendenza». Enzo ha una storia densa, con rapporti non semplici con la famiglia, problemi di salute sempre più importanti. Volendo, potrebbe avere l’invalidità, ma da un lato prova vergogna e dall’altro denuncia che senza internet o smartphone è difficile ottenere lo Spid e anche usarlo. In questo modo in tanti restano tagliati fuori per le difficoltà di accesso alle pratiche.

In stazione ci sono due tra le situazioni più complesse: Ali, eritreo, che si fa una difficoltà enorme a “legalizzare” per le difficoltà linguistiche e le condizioni psicofisiche, che accetta l’acqua e il tè e ha molta paura degli accessi sanitari, assicurando che se ne ha bisogno li contatta. Non vuole avvicinarsi alla stazione perché sa già che lo cacceranno, ma con l’aumentare del freddo si sposterà verso i locali distaccati della questura, su viale Oronzo Quarta.

E poi c’è Ana Maria, che sembra un’anziana signora che oggi regala un rarissimo sorriso. È sistemata con alcune coperte sotto una palma del parcheggio. Di lei si sa soltanto che viene dalla Romania e che non è per nulla anziana, perché ha 43 anni. Racconta la sua giornata e gradisce le bevande calde, il succo di frutta e le merendine. Si suppone abbia subito abusi, ma anche nel suo caso è difficile che si faccia aiutare.

«Spesso si dice invisibili - racconta Stefania - ma la loro non è invisibilità, è assuefazione da parte nostra. Diamo per scontato che facciano parte dell’arredo urbano». «Essendoci stato - interviene Michele - posso dire che Lecce non è come Torino o Napoli: sento comunque che c’è solidarietà». Ma questa solidarietà non è uniforme, non è stabile, e spesso convive con pregiudizi molto forti. «L’idea che si ci si fa dei senza fissa dimora è quello che abbiamo nella testa - dice Martina - ubriaconi, tossicodipendenti, immigrati, non-persone. E invece ciascuno di loro ha dei talenti, dei sogni, dei diritti, dei traumi. Questo è il punto. Finché restano una categoria, non possono essere incontrati davvero».

Serve relazione, continuità, presenza. Il lavoro della comunità passa anche da occasioni in cui non c’è una distinzione netta tra chi aiuta e chi è aiutato, soprattutto se sono i bisognosi a realizzare qualcosa, a responsabilizzarsi. Senza una comunità che “riconosce” l’altro, le istituzioni hanno buon gioco a non prendersi responsabilità. Non c’è una “via del Sindaco” a Lecce, che permetta per esempio di risolvere gran parte della burocrazia che opprime anche chi vive in strada. «Queste persone non hanno punti di riferimento, spazio, tempo. E senza punti di riferimento, chiunque può crollare».

Il trattamento sanitario obbligatorio è sì l’unico strumento previsto per tutelare la salute, ma è anche una misura estrema e lesiva della libertà individuale. Eppure, in molti casi, potrebbe rappresentare «l’unica possibilità per sottrarre una persona al rischio concreto di morte, al freddo o al progressivo deterioramento psichico - spiega Martina - il problema è che il Tso richiede un’azione coordinata tra più istituzioni: 118, Asl, servizi sociali, prefettura. Un coordinamento che troppo spesso manca. Continua Stefania: «La paura di essere “registrati”, senza documenti in regola, porta molti a rifiutare le cure. Ma può davvero questa paura pesare più del diritto alla salute? E può il sistema permettersi di voltarsi dall’altra parte? Dopo il ricovero, quando c’è, il vuoto: dimissioni che riconsegnano le persone alla strada, senza un progetto, senza una continuità assistenziale. Le dimissioni protette restano un’eccezione, non la regola».

Intanto, le storie individuali vengono schiacciate sotto etichette generiche: “senza fissa dimora”, “problema di decoro”. Donne e uomini diventano un fastidio visivo, soprattutto nelle zone frequentate dai turisti. Il disagio mentale viene confuso con la dipendenza, lasciando alla “volontà della persona” ciò che, per definizione, non è una scelta. «La vera domanda - conclude Stefania - non dovrebbe essere come liberare le strade, ma come prendersi cura delle persone. Ogni situazione è diversa, ogni storia richiede un intervento specifico». Continuare a trattare queste vite come numeri o problemi di ordine pubblico non è solo inefficace: è il segno di un fallimento collettivo, umano e istituzionale.

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