Mercoledì 11 Febbraio 2026 | 18:21

Bari, il Libertà degli stranieri è lavoro nero e case fatiscenti. «Ma i nostri migranti sono nuovi cittadini, non invasori»

Bari, il Libertà degli stranieri è lavoro nero e case fatiscenti. «Ma i nostri migranti sono nuovi cittadini, non invasori»

 
Rosanna Volpe

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Rosanna Volpe

A spiegarlo è don Angelo, parroco di San Carlo Borromeo: «Il lavoro vero non è solo accogliere. È riconoscere le ingiustizie, combattere lo sfruttamento, creare diritti. E farlo capire ai baresi»

Mercoledì 11 Febbraio 2026, 12:42

12:56

«Il quartiere Libertà è un laboratorio di convivenza. Ma la convivenza, da sola, non basta: servono conoscenza, scambio, rispetto». Don Angelo Cassano lo dice con voce bassa, come chi pesa le parole perché sa che, in questo quartiere, ogni frase può diventare una linea di confine. Da poco più di un anno è alla guida della parrocchia di San Carlo Borromeo, una chiesa che sorge su un limite invisibile ma concreto, dove lo stesso rione si guarda senza sempre riconoscersi. Da un lato c’è la Bari dei retaggi, delle famiglie che si salutano con il capo basso, abituate a difendere il poco che resta. Dall’altro c’è la città dei nuovi arrivi: bengalesi, indiani, pakistani, uomini e famiglie che hanno trovato nel Libertà il primo approdo possibile, spesso l’unico. «È un quartiere multietnico, ma poco integrato», osserva il parroco. «E non per cattiva volontà. Qui vivono persone che sono vittime due volte: sul lavoro e nella casa». Don Angelo non usa mezzi termini. Racconta di paghe da fame, di contratti che non esistono, di diritti rimasti sulla carta. «Lavorano tantissimo, spesso in nero, per pochi euro all’ora. E poi tornano in abitazioni fatiscenti: sottani umidi, appartamenti sovraffollati per cui pagano affitti altissimi. È un sistema che li schiaccia». Una povertà silenziosa, che non fa rumore ma scava in profondità. Una condizione che rende difficile anche solo immaginare l’integrazione, quando tutte le energie servono per resistere. Tra i banchi della parrocchia, però, hanno trovato una seconda casa. «Molti bambini delle famiglie migranti frequentano il catechismo, riempiono l’oratorio di voci e risate. Ci portano la loro allegria, la loro voglia di futuro. Alcuni adulti mi hanno anche chiesto il battesimo. È un segno che non va sprecato». La chiesa, in questo contesto, diventa un punto di attraversamento più che un rifugio: uno spazio in cui le storie si sfiorano, anche quando fuori restano distanti.

Oltre San Carlo Borromeo, lasciando alle spalle corso Mazzini, gli isolati sono attraversati da lingue diverse, dal profumo di spezie che esce dai sottani, dalle biciclette appoggiate ai muri scrostati. Percorrere via Trevisani, via Garruba, fino agli ultimi palazzi di via Principe, è un viaggio breve ma densissimo. Da un isolato all’altro sembra di attraversare emisferi diversi: cambiano i volti, i suoni, l’aria stessa. C’è una terra di mezzo che ha i colori azzurri e gialli dell’Ucraina, le sfumature rosse della Georgia. I panni stesi attraversano la strada come bandiere domestiche, mentre un altarino tutto barese conserva la foto di un ragazzo morto troppo presto. Le candele sono accese e i fiori freschi, raccontano un dolore che resta lì. «Quelle sono le cattive compagnie», borbotta una signora, prima di allontanarsi lenta, con lo sguardo di chi ha visto troppo per credere davvero al cambiamento.

Al Libertà le anime convivono a scacchiera. Da un sottano arrivano voci ruvide, dialetto barese, carte sbattute sul tavolo e il suono secco di una birra stappata. Due numeri civici più in là, dietro un portone scrostato, lo stesso spazio cambia funzione e diventa moschea. È mezzogiorno. Su tappeti colorati si raccolgono uomini dal Bangladesh, dal Pakistan, dal Maghreb. L’Adhān sale leggero, è il richiamo alla preghiera. In via Garruba la moschea bengalese è un punto fermo: cinque salah al giorno, e il venerdì un flusso continuo di fedeli. A coordinarla è Emren Hossain, 23 anni vissuti tutti nel quartiere. «Qui accogliamo tutti — dice — lavoriamo, rispettiamo le regole e non vogliamo problemi».

Il Libertà è un mosaico in movimento, instabile e incompleto. Un isolato parla barese stretto, quello dopo bengalese o arabo, quello ancora profuma di borscht e coriandolo. La convivenza è reale, ma fragile: vive tra i tavoli da scopa e i tappeti della preghiera, tra i pomodori secchi stesi al sole e le insegne in bengali dei negozi di telefonia. Sulla soglia della chiesa, don Angelo torna al punto. «Il lavoro vero non è solo accogliere. È riconoscere le ingiustizie, combattere lo sfruttamento, creare diritti. Far capire ai baresi i nostri migranti non sono invasori, ma nuovi cittadini. E far sentire a loro che questa città può appartenere anche a loro». Al Libertà, la convivenza esiste già. L’integrazione che passa attraverso il rispetto delle regole e della buona convivenza è ancora una promessa da mantenere.

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