Giovedì 29 Settembre 2022 | 03:02

In Puglia e Basilicata

Amarcord

Quel che resta della Bari che balla

Viaggio assolutamente incompleto dei locali notturni della città negli anni ‘80

21 Agosto 2022

Roberto Calpista e Francesca Di Tommaso

I tempi lontani della Milano del Sud tra divertimento, soldi e notti esagerate

«Ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce la ricordiamo più». Jean-Luis Trintignant nel film «Il Sorpasso», riporta in qualche maniera ai vitelloni della Bari da bere degli anni ‘80-‘90. Quelli che quasi mezzo secolo fa stazionavano davanti agli stessi bar davanti ai quali stazionano oggi, meno capelli, panzetta, ma tra le rughe volti noti.
Lontano il tempo della Milano del Sud, con i commercianti che accumulavano patrimoni bestiali, le Porsche, le ville perse a carte. La Bari by night, con la città vecchia considerata, spesso a torto, un buco nero da cui tenersi alla larga. Dopo il lavoro, se c’era, si andava dal Camelot allo Snoopy, dal Renoir allo Stravinsky al Cellar. Ma all’inizio fu quel locale in corso Vittorio Emanuele, roba da strafighi/fatti. Ragazzine in cerca del buon partito, madri pronte al «sacrificio» pur di farglielo trovare. I soldi giravano mescolati all’alcol e alla cocaina, roba da ricchi.
Dentro i vip, tra arricchiti e sanguisughe, fuori il grigio di tempi malati. L’eroina in vena quotidianamente si portava via qualcuno. I fascisti sprangavano i rossi e i rossi rispondevano con ferocia. C’erano i topini e le Vespe Special con l’adesivo di Tomato o Fruit of the loom andavano a ruba. Dentro si sudava protetti da uno stuolo di «lei non sa chi sono io» per bloccare sul nascere eventuali controlli. C’erano le discoteche nere per l’acchiappo. E quelle della sinistra, dove pure. E c’erano i locali «misti», levantini, amici per una sera, poi si vede.
Oggi la Gazzetta di Bari dedica un’intera pagina a quei templi, ormai sbarrati, del divertimento notturno. E lo fa con un amarcord che riporta ad un’altra frase del «Sorpasso». Vittorio Gasmann: «Robè, che te frega delle tristezze. Sai qual è l’età più bella? Te lo dico io qual è. È quella che uno c'ha giorno per giorno». [roberto.calpista]

BARI - Era il 1980 o giù di lì: Bari ballava. Non tanto la febbre del sabato sera, non solo giovanissimi, non per forza disperati e sballati. Nasceva il popolo della notte. Città e provincia fremevano di locali che aprivano dalla sera alla mattina e spesso con la stessa rapidità si reinventavano, cambiavano gestione, età della clientela, genere musicale. Le discoteche, i club, i privè: sono gli anni del Cellar, del Raimbow, del Renoir, dello Snoopy, del Camelot. E dell’Altro sottano, del Cellar, del Kabuki.
A quei tempi gli assembramenti non facevano paura tanto meno erano vietati. Un’onda di professionisti, di cultori della musica, di imprenditori che quasi non si rendevano conto del valore aggiunto che hanno dato, ognuno a suo modo, alla città e a generazioni ora nostalgicamente cullate dai ricordi. E dalla musica, quella che ti resta dentro comunque.
Ma Bari adesso non balla più?

LA NOTTE E' CAMBIATA - «La Notte non è morta, è solo cambiata - è il commento di Pasquale Trentatre, storico dj e non solo -. E forse non sono le discoteche ad essere morte, è il popolo delle discoteche che è scomparso. Sono cresciute le comunità virtuali, la musica online ha fatto sì che non ci fosse più bisogno di luoghi specifici per ritrovarsi e riconoscersi. È caduto il mito delle cattedrali del divertimento notturno. Ora che ci sono le piazze del web a che serve pagare un biglietto, passare la selezione all’ingresso, mettersi in macchina e rischiare punti sulla patente?».

I LUOGHI - Una delle prime grandi discoteche di quegli anni è lo Snoopy, a Bitritto. Si contende presto gli «spazi» con il Camelot, a Mungivacca. «Lo Snoopy è nato il 4 ottobre 1980 e ha chiuso l’estate del 1997 - racconta Michele Ranieri. Con Vito Saliani, aprirono la discoteca, tra le prime all’avanguardia, in quello che era un ex cinema. -. Aveva una capienza omologata per 800 persone, e si cominciava alle nove di sera. Ma la fila, fuori, era già lunga da ore». «Maxi luci, scenografie d’effetto, consolle frequentata da dj come Marco Trani, scomparso nel 2013, Enzo Veronese, Maurizio Laurentaci… Il nostro compito era stupire i clienti. La musica era dance, funky, discomusic. Il sabato ci inventammo i due turni, dalle 20 alle 12 per i minori entro i 18 anni dall’una in poi». Lo Snoopy ‘80 poi diventò ‘90 e infine cedette il posto al Demode. Che in seguito si è ulteriormente trasferito, da Bitritto è arrivato a Modugno.
La girandola dei locali, non solo del cambio di nome, non potrà mai essere precisa e soprattutto esaustiva: dove prima c’era il Rainbow (poi Stravinsky), in corso Alcide de Gasperi, ora c’è un ristorante etnico. Villa Renoir, dalle parti di Santa Caterina, è diventata una Gaming Hall. A Poggiofranco, di fronte all'ospedale Giovanni Paolo II, un garage ha preso il posto del Neo-club. Il Kabuki, zona ateneo, si occupa solo di feste private; L'altro sottano, elegante e cittadino su corso Vittorio Emanuele, poi Privè, non c'è più. Resiste dopo fasi alterne The Cellar Club, pare risalga al '54 e si sia esibita anche Rita Pavone. «In città, i locali dove si ballava avevano quasi tutti la formula del club privato: socio tesserato che poi pagava il biglietto di ingresso - spiega Pasquale Dioguardi, organizzatore eventi, presidente Asso operatori locali da ballo e locali notturni aderente al Cna -. Non sempre avevano l'autorizzazione per pubblico spettacolo, motivo per cui i controlli portavano a chiusure o multe».

Spoetizzando in maniera spietata, erano scantinati deluxe nei quali, con la tessera di socio, si aggirava il rispetto della capienza e dell’eventuale presenza o assenza di uscite di sicurezza. Ma prima di tutto erano luoghi di aggregazione, di condivisione, di socialità. Dove gestori, organizzatori, dj muovevano il popolo della notte negli anni in cui i film si guardavano noleggiando i VHS, le foto si «portava il rullino a sviluppare» e si aspettavano settimane prima di poterle vedere; le telefonate si facevano dal telefono fisso di casa oppure a gettone dalla cabina telefonica. E i dischi erano in vinile. «Nel '93 edizione Panini ha realizzato persino un album di figurine “Discoteche d'Italia” - racconta divertito Pasquale Trentatre -. C'è da dire che già con l'apertura del gOrgeOus, (2000-2007) di cui ho curato la direzione artistica per 7 anni, benché il locale, anche ristorante, facesse sold out tutte le sere, mi accorsi che qualcosa stava cambiando. Le grandi discoteche le tentavano tutte per realizzare spazi ridotti o privè selezionati con ospiti noti del mondo del cinema, teatro, moda. Piano piano la maxi discoteca rimaneva sempre più solo un involucro vuoto e il suo brand veniva utilizzato come simbolo più che come reale offerta artistica».
Ora la formula è quella delle feste private, in buona pace dei diritti d'autore. «Adesso - continua Trentratre -, per funzionare devi creare l’occasione, il grande evento, il pretesto per radunare clienti che non arrivano più in automatico. Con l’avvento dei social network, i ragazzi si organizzano molto velocemente, magari acquistano voli low cost e con gli stessi soldi di un sabato sera in discoteca di qualche anno fa, ora raggiungono luoghi e piazze in diversi paesi Europei.

LA PROPOSTA - Un'idea potrebbe essere la gestione condivisa delle maxi discoteche con le grandi organizzazioni internazionali, come fanno in Spagna. In pratica si cedono "le mura" del locale a gruppi che organizzano feste e incontri di grande richiamo per rendere le discoteche dei templi provvisori, dei contenitori che si riempiono di volta in volta con gli appassionati più diversi riuniti grazie ai social network». Bari e le sue notti non smetteranno mai di ballare. [francesca.ditommaso]

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