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In Puglia e Basilicata

Il fotoreportage

Viaggio nelle strade di Bari: la via per Sant’Anna, dritti verso il nulla

Tra Japigia e San Giorgio via Fratelli Prayer porta a un borgo sospeso nell’aria che esiste ma non esiste

26 Marzo 2022

Alberto Selvaggi (Foto Teresa Imbriani)

Dopo via Argiro, via Melo, via Re David e viale Europa, prosegue con questa quinta puntata il viaggio per le strade di Bari

Partire da un luogo per arrivare in un altro dove non sei da nessuna parte. Fermarsi in uno spazio che niente ha a che fare con gli altri, sulla groppa di una tartaruga o di qualche gigante come in certe cosmogonie pagane, dove nessuno può vederti, nessuno sa come cercarti, a meno che non sia un residente del quartiere Sant’Anna, tra Japigia e San Giorgio sospeso nell’aria, e imbocchi abitualmente da via Gentile la vecchia Strada Sant’Anna, complanare lato mare della Statale, per rientrare a dormire nella casa che possiede e non ha.

Strada Sant’Anna ha cambiato nome in via Fratelli Prayer, pittori veneziani stabilitisi a Bari, visto che in questi Campi Elisi dell’edilizia inesausta hanno dedicato più di una targa a esponenti dell’arte. Abbiamo l’attore Marcello così cognomato e il percorso stesso parte dalla fu villa, grigio topo come negli ’80 e un tempo munita di fiumiciattolo artificiale, di Emilio Solfrizzi, il Toti di Tata. Termina laggiù verso le onde rovinando tra i binari orlati un tempo da materassi di pietre bianche sui quali le coppie amoreggiavano.

Dal collo della Non Strada Sant’Anna, o Prayer, o come vi pare, si osservano palazzi di media statura, come persone né alte né basse, una fermata d’autobus, campi verdi sotto l’azzurro spazio dai quali erompono escrescenze d’alberi spogliati, e sui quali si staglia una gru che volge le spalle al quartiere che conforma l’irrealtà al reale.

Il lungo tracciato porta al Mini market Sant’Anna, ricavato a piè di un palazzo lustro, nuovo e abbandonato al deserto come tutto quanto. Il negozio contiene all’interno un titolare giovane e affabile. All’ingresso su un tavolino sono esposte verdure di giornata scrutate dall’alto da un’ape che zigzaga. Non si vedono inquilini nei palazzi curati, anche se ci sono o torneranno nell’isola fondata poco più di dieci anni fa. Non succede nulla. Niente si guarda. E non si ascolta altro se non l’armonia lontana di vento, treno e mare.

Passa un tale ogni tanto, e tu non lo conosci, e io non lo conosco. Ciao. Al termine di via Prayer fu Strada Sant’Anna, dopo l’ultimo mozzicone asfaltato, si apre un varco attraverso la recinzione in metallo. Porta al silenzio che lascia parlare un grande pino più solo di un passero. Un cuculo canta. Al termine dello sterrato si stagliano in perpendicolare due lingue d’asfalto affiancate che si perdono all’orizzonte. E a margine, lungo la ferrovia, un capolavoro del dogmatismo progressista che supera l’assurdità stessa del luogo che lo ospita: la pista ciclabile che rovina nel cemento brullo, sulla quale non si posano neppure le mosche schifate, murata all’estremità opposta da dissuasori e da un segnale di divieto d’accesso dal quale pencolano quattro pneumatici buoni per la boxe.

Dal confine i più dinamici, tramite un sottopasso ora sigillato, o attraversando i binari dalla porzione priva di protezioni, raggiungevano le spiagge. Due uomini coperti da giacconi fiacchi si incamminano proprio verso il passaggio. Non sono lì per amarsi. Parlano cupo, saranno due divorziati. Un atleta, ragazzo, digrigna negli scatti. È tempo di tornare indietro risalendo via Prayer Artisti, nella landa che non è di nessuno, men che mai di chi la abita. Fino all’arteria che la interseca, via Germania, sul cui dorso bitorzoluto e senza asfalto ballonzolano auto di professionisti che procedono piano. La Striscia di Gaza, priva di illuminazione, è un’insidia per ammortizzatori e pneumatici: perfino un Suv nero come la morte che scintilla fa lo slalom per non subire danni. Fango in inverno e polvere da mascherina protettiva d’estate. Passa un uomo delle pulizie sul marciapiede e guarda. E che guardi? Non sai che ci sono dei pazzi in giro? Non sai che esistono i pazzi?

Via Belgio, via Austria, via Danimarca con un cumulo di terra, che si ingolfano una per una senza asfalto negli sbarramenti che isolano dal marcio inesplorabile. Fino a via Francia, derivata terminale, con la selva di Sherwood che si fa discarica.

Fazzoletti di prato brillantati di fiori gialli. Campi di perdizione con resti di condutture, muretti di tufo essiccato, tombini sopraelevati Aqp fognatura, e due cani a guardia dell’uno e dell’altro lato della strada che si guardano con espressioni da disoccupati.

Nell’altra direzione, attraversata via Prayer, via Lorenzo Vitale, ritornano l’asfalto, i cassonetti, i pali della luce. È il primo comparto, che comprende anche piacevoli costruzioni popolari. Il secondo, che lasciamo alle spalle con il fantasma del terzo che potrebbe nascere, è condannato da inghippi burocratici, quali l’ultimo tratto di fogna pluviale, fra le dannazioni del Comitato. Sant’Anna è un caso clinico irrisolto perché non ha neppure una ragione da sanare.

Davanti al complesso residenziale Porta di Mare 1 scorre una carrozzina spinta da un signore zoppo. Dal residence Borgo Marea spunta un bambino senza moccio portato per mano. Hida, zingara di quelle che piacevano a Charles Baudelaire, ma a distanza, 15 figli in 43 anni, sorride nel sole: ha ricevuto una bella casa dal sindaco Antonio Decaro e in grembo cova altri due esseri umani. Sfila una macchina ben acconciata, dopo un quarto d’ora l’abitacolo di un’altra risuona di salsa. Si materializza un fuoristrada silenziato. E parcheggia. Dove vuoi, quando puoi, come ti pare, anche se rientrassi dal Murat con il tuo Boeing 747 Alitalia. Il problema è che lo spazio è troppo qua.

Campi di perdizione connettono lingue d’asfalto alle strade di breccia bombardate. Voragini si aprono sotto i piedi di palazzoni che non nasceranno, nella città invisibile entro la quale stanno nascosti 3-4000 abitanti che se sono di Bari non sono di nessuna parte.

Per crederci bisogna vedere. E vedere non basta. L’uomo creò il Sant’Anna prima che la cacciata dall’Eden lo precipitasse. E Dio sta lì, quasi all’angolo del nostro tracciato, via Fratelli Spizzico Maestri d’Arte, nel locale commerciale di vetri e pareti basse che è Parrocchia Sant’Anna, sotto all’inquilino del primo piano che lungo i balconi cura le piante, proprio davanti al gatto giallo striato che prega all’ingresso del porticato e guarda, perché ha Cristo in croce sulla parete fondo sala, proprio davanti. E perché i parrocchiani lo foraggiano con croccantini a cascate, empiono la fonte sacra della sua doppia ciotola d’acqua, sistemata nel giardino inutile che affianca il nitore, la gradevolezza di questo tempio cattolico che consegna altra pace a troppa pace.

Percorrendo l’ex Strada Sant’Anna a piedi o in bici o in auto la gravità lunare non cambia. E trovi comunque, di fronte al Palazzo Prayer solido di materiali d’alto lignaggio, la casetta in legno dei «Vendesi trivani cantinola e posto auto», toc-toc, nessuno apre, nessuno ovunque, ovunque chiuso, vedi altri vendesi buttati lì con poca convinzione, anche se c’è gente che continua ad acquistare, trecentomila euro un quadrilocale.

Niente negozi, se non il Panificio Sant’Anna di Fiore Onofrio con il bar, Casalù casalinghi e il piccolo market. Niente visagiste, niente ristoranti e pub, la pizzeria caffetteria Da Nico è in letargo, niente gourmet da pizzicagnoli, se non la Bottega dei sapori chiusi, nel senso che ha le saracinesche abbassate, niente droga, niente tassi di interesse, niente banche e prestiti negati, niente ufficio postale e farmaci, niente massaggiatrici in centri estetici erotizzanti, soltanto qualcuno di fuori, del mondo altro, ha affittato un pied-à-terre per far sesso in zona imperscrutabile senza procreare. Niente palestre, niente nail stylist, solamente colossali monadi residenziali perdute nel vacuo, eco-edifici da manuale che si specchiano in altri interrogativi, misteri del mondo dei quali essi stessi sono rappresentazioni.

I materiali dell’edilizia privata, coop e popolare ristagnano da ogni parte. Abbaia un cane che non dorme su un balcone al quinto piano. Giunge un grido lacerato, dialetto barese, di lontano. Lungo fu Strada Sant’Anna, che prosegue in linea d’aria proprio con questo nome oltre la ferrovia e si imbocca dal lungomare, scorre l’autobus 2. Basta. Se guardi attraverso il binocolo capisci che c’è altro da esplorare in direzione Bari, un campo da basket che sovrasta l’avvallamento di alberelli nani, il parco giochi con l’altalena, un salice senza confini, oppure è un acero. Via Spagna l’hai saltata, via Mimmo Conenna Artista 1942-1988 l’hai notata. Il coprifuoco delle 17 non è ancora scoccato. Le prostitute sulla complanare stanno lavorando. E in ex Strada Sant’Anna Via Fratelli Prayer sei stanco di consumare il tuo coito interrotto esistenziale.

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Commenti all'articolo

  • mimmoloiotine

    27 Marzo 2022 - 18:33

    L'eterea descrizione, pregna di richiami letterari e culturali, riesce appieno nel dipingere beffardamente la realtà di ciò che appare ma non è. Il senso denso nel rientrare a dormire nella casa che possiede e non ha.

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