Mercoledì 30 Settembre 2020 | 05:38

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Un altro barese nell'inferno di Beirut: «Ho visto la distruzione totale»

Dionigio Vergallo, 55 anni, funzionario dell’Unione Europea, è rimasto ferito a una mano

 BARI - In prima fila davanti all’esplosione, spettatore in diretta di una tragedia che non potrà più dimenticare. «Il mio palazzo ha tremato, sussultava letteralmente. Non so se davvero, come dicono, l’onda d’urto si possa paragonare a quella dello scoppio di una bomba atomica, ma sono stati momenti di paura mai provati in vita mia». In quella manciata di secondi ha visto la morte in faccia: se l’è cavata con una ferita alla mano, causata da una vetrata andata in frantumi.

Dionigio Vergallo, 55 anni di Bari, è un funzionario dell’Unione europea con esperienze in tutto il mondo. Da sei anni vive in Libano, impegnato nella missione diplomatica Ue con il compito di seguire i progetti di cooperazione e sviluppo avviati nel Paese dei cedri. Alle 17 di martedì scorso era al balcone del suo appartamento con vista sul mare nel centro di Beirut quando nel porto si è verificata la doppia esplosione che ha causato morte e devastazione.

Dottor Vergallo, come sta?

«Sto bene, anche se la ferita alla mano è dolorante, probabilmente anche perché ho tardato nella medicazione. In circostanze normali sarei andato al Pronto soccorso, ma di fronte alle tante vittime e ai feriti gravi che avevano bisogno di cure ho preferito non farlo. Il giorno dopo mi sono fatto medicare in una farmacia, dove mi hanno consigliato degli antibiotici per evitare il rischio di infezioni. Posso dire di essere stato fortunato».

Ha visto l’esplosione in diretta e ha rischiato grosso.

«Sì, al primo boato sono uscito sul balcone del mio appartamento, che dà sul mare e in linea d’aria dista un chilometro dall’ingresso del porto, per capire cosa stesse accadendo. A quel punto c’è stato il secondo scoppio e quella spaventosa onda d’urto che tutti hanno visto in tv. Per fortuna, il parapetto del balcone è solido, ha fatto da barriera e ha retto, così come il doppio soffitto del salone. La vetrata è stata completamente divelta, ma anche in questo caso ho evitato il peggio grazie al fatto che i vetri sono infrangibili e non sono andati in mille pezzi. Solo una scheggia mi è caduta addosso, provocando il taglio alla mano».

Dopo cosa ha fatto?

«Una volta che mi sono riavuto dallo spavento, mi sono fasciato la mano e ho verificato i danni nelle altre stanze: crepe nei muri e pannelli abbattuti. Poi sono sceso in strada e ho visto la distruzione totale. L’onda d’urto ha travolto tutto al suo passaggio, facendo una sorta di carambola tra gli spazi di un palazzo e un altro e seminando devastazione per chilometri e chilometri. Basti pensare che è arrivata a colpire e ad abbattere insegne di negozi fino a 40 chilometri di distanza da Beirut».

Conosce profondamente il Libano, quali sono le conseguenze del disastro?

«Saranno drammatiche anche a livello economico. Il porto di Beirut è la principale infrastruttura del Paese, strategica per una nazione che per vivere dipende dalle importazioni di materie prime e prodotti lavorati. Se il ripristino delle abitazioni sarà un sollievo per le centinaia di migliaia di sfollati, la ricostruzione del porto avrà inevitabilmente tempi più lunghi. È facile prevedere che in assenza di soluzioni alternative, che oggi appaiono poco praticabili, nel giro di qualche settimana nel Libano mancheranno i beni primari, da quelli alimentari al carburante. Potrebbero esplodere tensioni sociali che aggraverebbero una situazione non facile già prima dell’incidente».

È stato un incidente?

«Meglio interpellare un esperto. Di certo, il momento in cui si è verificato è particolare. Il governo libanese ha deciso per il default scegliendo di non rimborsare i titoli di Stato ai creditori. Ci sono stati tumulti di piazza dovuti alla profonda crisi economica. Sui monti attorno a Beirut, una serie di incendi di incendi sospetti. Si attendeva la sentenza per l’uccisione dell’ex premier Hariri, attribuita a militanti di Hezbollah. L’impressione è che qualcuno cercasse di destabilizzare il Paese».

Con quale obiettivo?

«Chissà, magari per marginalizzare Hezbollah»

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