In questo momento di massima allerta per le guerre scoppiate in Europa e in Medioriente, mai visione era più centrale nel dibattito internazionale di quella che ci offre Giuseppe Lupo nel saggio Medioccidente. Un’alternativa geografica, politica, culturale, edito per Marsilio.
Lupo parte dal principio che si sia di fronte a un Oriente non finito e a un Occidente non iniziato, un continente culturale e geografico che dovrebbe prendere un nome preciso, Medioccidente, inteso come realtà storico-sociale- politico uniforme e ben contraddistinto dagli altri agglomerati. Una visione spiritualistico- democratica che incarna tutto il pensiero umanistico del Novecento europeo. Ma dove si colloca? In quali coordinate? E fondato appunto su quali valori?
«Il Medioccidente – sostiene Lupo – da qualche parte esiste, quel che bisogna fare è cominciare a cercarlo». Il libro si presenta dunque come un luogo dell’indagine e della definizione di un mondo che coincida con questo appellativo. Nei secoli il continente si è andato differenziando a seconda del grado di civiltà che lo ha caratterizzato, ha avuto come baricentro la Grecia e poi la civiltà latina e a seguire il mondo carolingio guidato da Carlo Magno e potremmo seguire la disamina considerando gli imperi napoleonici e ottomani e asburgici e zaristi. Fino ai disastrosi scontri delle guerre mondiali. Un po’ sulla scorta della visione di Spengler per il quale le civiltà si sono sovrapposte e hanno ospitato lo spirito dominante della grande cultura che si è andato incarnando ora in questa ora in quella civiltà o nelle varie potenze. E infine è fiorito un mondo di democrazie nel quale è forse è ancora più semplice cercare il fondamento del Medioccidente.
Nell’ultimo secolo abbiamo seguito le indicazioni di alcuni grandi intellettuali che fondandosi su un discorso storicistico hanno provato a dare una base sentimentale più che politica al Medioccidente, collocandola mel Mediterraneo. Fernand Braudel descrive il Mediterraneo come «un susseguirsi di mari» mentre per Predrag Matvejevich è un «mare d’intimità delimitato dagli ulivi».
Il Medioccidente è inserito in quel grande contenitore che è l’Occidente, ma come si fa a definire i connotati dell’Occidente quando sappiamo che si tratta di un unico agglomerato di culture? Tra New York e Kiev ci sono differenze abissali e non stiamo a dire tra Marrakech e Boston o tra Los Angeles e Roma. Differenze religiose gastronomiche antropologiche e culturali. Di qui la necessità di distinguere un lontano da un vicino Occidente, e isolare il Medioccidente appunto. Di Medio Occidente cominciarono a parlare Franco Battiato e Francesco Messina in un lp del 1983. Se ne tornò a discutere nel 1991 in un’ inchiesta della sociologa Fortunata Piselli, che all’interno del vicino Occidente distingueva paesi periferici e a più lenta progressione economica e paesi più ricchi, soffermandosi ad analizzare la povertà del Portogallo all’indomani della «rivoluzione dei garofani», ovvero il golpe militare del 25 aprile 1974 e la ricchezza di paesi come la Germania o la Svizzera. Una distinzione che permette a Lupo di affermare che il Medio Occidente non corrisponde al Medioccidente. Perché «mentre nel primo caso ci riferiamo a qualcosa che sta ai margini, nel secondo, proprio perché travalica la geografia, ciò di cui parliamo ha una collocazione tutt’altro che periferica e, considerando lo stato di disorientamento che attanaglia l’Europa, ha le carte in regola per stare al centro del progetto umano dei futuri anni». Dunque ciò che cerchiamo è un continente fatto di visioni, valori e sentimenti comuni. È un continente non geograficamente determinabile in quanto fatto di un pensiero comune, di un sentimento comune del sacro e dell’umano. Un tentativo di definire i confini del Medioccidente che non corrisponde all’Europa di oggi è nel volume Adriatico di Robert Kaplan, un mare considerato come spartiacque tra Oriente e Occidente. Lupo parte per un viaggio culturale all’interno di questo Medioccidente, si mette sulle tracce di quel percorso fantasioso descritto da Apollonio Rodio, che vede gli Argonauti in cammino verso il cuore dell’Europa e addirittura verso città come Praga. Si esercita nel dialogo con Kafka e Kundera, con Spengler e Cardini, fino a Magris, l’autore di una geografia epica che ha raccontato i popoli attraverso le anse del Danubio e la retta di un mare verticale come l’Adriatico.
Un mare della malattia austroungarica, della fine degli imperi e del silenzio, almeno finchè non è esplosa la guerra nei paesi dell’ex Jugoslavia e poi in Ucraina. Un mare che nella visione di Franco Cassano resta un luogo del sogno e dell’abbandono. Il luogo della meditazione o della sospensione di ogni riflessione. Visioni che cozzano con il vitalismo tragico del Mediterraneo, fondato su una quotidianità di naufragi e di morti, su agnizioni di popoli desiderosi di entrare nella modernità e nel benessere.
Una volta concluso il viaggio alla ricerca del perimetro del Medioccidente, del suo corpo e della sua anima, nel tentativo di spiegare in cosa questo continente ideale si differenzi dal Medio Occidente, Lupo stila un decalogo di valori fondativi. Si parte dalla persona, che è il soggetto dai forti connotati di irrepetibilità quale ci offre l’umanesimo integrale di Jacques Maritain. Le persone costituiscono una comunità fondata sul valore del dialogo e del rispetto delle soggettività. Una comunità che non si fa massa indistinta e formicaio, ma che tiene conto della responsabilità individuale e collettiva e che sia fondata su un senso di solidarietà costruttiva e sul dialogo intersoggettivo. Altri valori da riconquistare sono il senso dell’azione epica e storica, la vita della specie come progressione nei tempi lunghi e soprattutto il fondamento del sacro, un sentimento che prevalga sui valori della tecnologia, dell’ economia, il valore della memoria contro l’attuale assolutizzazione del qui e ora, ovvero della cronaca. Così, a proposito della democrazia, questo valore politico non si pensi di esportarlo attraverso la guerra e la violenza, bensì attraverso la contaminazione delle civiltà e la fondazione di una nuova accezione di terza via, capace di superare il bipolarismo novecentesco delle ideologie sia di stampo liberale che di stampo sovietico.

















