Mercoledì 25 Marzo 2026 | 18:34

Il teatro di Saluzzi tra paese e universo

 
Raffaele Nigro

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Raffaele Nigro

Il teatro di Saluzzi tra paese e universo

Mercoledì 25 Marzo 2026, 16:22

Lucano di Potenza ma pugliese di adozione, Teodosio Saluzzi si occupa dalla prima giovinezza di teatro. Attore, regista e autore di testi, ha conosciuto in gioventù Eduardo De Filippo, ne ha preso le movenze e lo spirito, portando sulla scena alcuni testi da lui scritti. Ma da qualche anno ha fatto una scelta e all’interno dell’opera di Eduardo ha optato per la parte più onirica e per quel tanto di assurdo che ritroviamo nel suo realismo lirico.
Saluzzi era partito con macchiette e piccoli testi per artisti di strada e per compagnie di cabaret. Una di queste, l’Arrotino gli fa vincere il premio «Il primo applauso» di Alberobello, il che lo incentiva a continuare nella scrittura teatrale. A diciotto anni scrive Non scherzerò mai più con il cuore e Fesso chi muore, due testi che approdarono nelle mani di Eduardo, il quale lo invitò nella sua casa romana per discutere di tecnica teatrale. Gli inviti diventarono incontri costanti e prolungati, direi insegnamenti e lezioni di drammaturgia e indicazioni didattiche per gli autori da leggere e frequentare, allo scopo di costruirsi un bagaglio culturale e drammaturgico.
Ne è passato di tempo da allora e Teodosio è giunto oggi alla stesura di alcuni testi teatrali improntati talora a un gusto per l’assurdo e per lo stravolgimento della realtà talaltra per il coinvolgimento della trama nella cronaca quotidiana, personale e collettiva, da La strategia del potere – Mai più le mollette di una volta! a Il teatro senza teatro.Trame che si snodano per Saluzzi quasi sempre in contenitori privi di scenografie, disadorni, vuoti, «delimitati dalla sola quadratura nera». Una reazione al descrittivismo barocco della scenografia tradizionale e una esaltazione della parola e dei dialoghi e dello stimolo della creatività immaginifica dello spettatore.
Una prova generale è già nel primo dei lavori, Il Vangelo secondo Giuda, un atto unico in cui agiscono tre soldati romani, due capi zeloti, Ariel ed Emon, i sommi sacerdoti Anna e Caifa, Gesù Cristo in persona e Giuda Iscariota. La finalità che l’autore si propone è dimostrare che Giuda non vendette Cristo per destinarlo alla morte, ma per affidarlo alle mani dei sacerdoti, sottraendolo al martirio che gli avrebbero inferto i Romani. Inoltre, Giuda non sarebbe un traditore bensì uno strumento nelle mani di Dio, il quale progetta la morte del proprio figliuolo attraverso l’intervento di una povera creatura, qual è appunto Giuda.
Più intenso trovo l’atto unico … e se maschio lo chiameremo Alfredo, un testo autobiografico in cui l’autore descrive la condizione umana, attraverso vicende vissute in prima persona, la soggezione alla volontà dei genitori, al tempo in cui si palesa la necessità di passare da Potenza a Bari mentre i figli inutilmente si oppongono. È il lavoro che impone la scelta. L’ uomo deve seguire gli spostamenti imposti dal lavoro. Non c’è alternativa. Come la vita impone, per tradizione, che a una certa età ci si debba sposare e avere figli. Perché altrimenti passa il tempo naturale per mettere al mondo la prole. Ma la vita presenta scherzi atroci, come avere un figlio malato che ti costringe a raggiungere ospedali specializzati nel cuore dell’Europa. Sull’uomo incombe insomma il destino o un insieme di accidenti per i quali siamo costretti a non seguire la nostra volontà ma una volontà esterna a noi.
«DONNA: Tu devi fare quello che diciamo io e tuo padre e basta! Csa credi, che non dispiace pure a noi andarcene? Così è la vita figlio mio!; RAGAZZO: E com’è la vita mamma? DONNA: La vita è come te la manda il Padreterno! Come lui te la manda, così tu te la prendi».
Il bisogno di iperrealismo è più marcato nell’atto unico Aldo Moro: papa o re? Dove in scena entrano la poetessa Santa Fizzarotti, un suo parente, Angelo Fizzarotti e un giovane Aldo Moro che sta per operare un’ apertura a sinistra nello schieramento politico. Dal politico salentino nonostante tutto l’apertura viene considerata un atto evangelico. «Aldo : I partiti sono fatti da uomini, da noi, da nostri fratelli che operano per il benessere della nazione. Aprire ad altri partiti, significa coinvolgere più uomini, più fratelli oltre che più cittadini».
Tre personaggi occupano invece la scena de La strategia del potere;Mai più le mollette di una volta, prefato da Pasquale Bellini e accompagnato dal commento di Egidio Pani, edito ancora una volta da Tabula Fati. I personaggi sono lo Spettro, un
Uomo e il Potere e le sequele di battute si alternano in situazioni di nonsense e piccole gag, fraintendimenti linguistici, e perditempi continui che richiamano le situazioni di Aspettando Godot. Ma qui Godot è il Potere, che osserva il battibeccare vuoto di queste creature che sono l’una ombra dell’altra, dei sosia o uno il doppio dell’altro. Torna nelle battute di Teodosio la nostalgia espressa in …e se maschio lo chiameremo Alfredo e l’idea che il Potere sia la credenza degli umani il curatore della quiete e dell’oblio. Almeno è questa la droga, il cloroformio che secondo Saluzzi usa il Potere per sottomettere gli uomini: «I ricordi struggenti del vicolo, del paese natio, delle speranze di un futuro migliore; i ricordi struggenti degli amici d’infanzia inducono a gonfiarsi di nostalgia e di rimpianto… Io voglio darvi serenità e pacatezza; nei vostri animi e nelle vostre menti scenda solo la quiete. Mai più nostalgia, mai più rimpianto mai più pensare e riflettere. Scenda su tutti, inesorabile, l’oblio».

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Raffaele Nigro

Vento da Sud

Biografia:

Voci meridionali, racconti universali: una geografia fatta di parole.

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