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"Santiago, Italia"di Nanni Moretti

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TU NON CONOSCI IL SUD
Per Alessandro Leogrande, un anno dopo

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TU NON CONOSCI IL SUD

La forma di Hollywood

Agli Oscar il sogno del messicano Del Toro e una passione nell’Italia anni ‘80

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

La forma di Hollywood

Un apologo sulla diversità e una favola d’amore in stile «la bella e la bestia», o, meglio, nella scia di Il mostro della Laguna nera, vecchio horror fantascientifico. È La forma dell’acqua (titolo originale: The Shape of Water, 2017) di Guillermo Del Toro (nella foto con l'autore dell'articolo), già Leone d’Oro alla 74.ma Mostra di Venezia e vincitore di quattro Oscar tra i quali miglior film e regia. Vanno aggiunte la statuetta per la scenografia e quella per la colonna sonora originale del francese Alexandre Desplat. Uscito nelle sale italiane un paio di settimane fa, La forma dell’acqua, conferma che il cielo sopra Hollywood è screziato di... Messico e nuvole.

In dispetto del presidente Donald Trump, che ha ribadito di voler erigere un muro ai confini meridionali per bloccare gli immigrati ispanici (gli alambrista, i «funamboli» lungo la frontiera), sul grande schermo la nuvolaglia gonfia delle inquietudini globali e dei talenti necessari per raccontarle giunge da un’«altra America». È quel Messico arcaico e modernissimo che ci parla di migrazioni, degrado, razzismo, paura dell’Altro. Fanno testo i film di autori valorizzati da Hollywood, ma per fortuna non del tutto «assimilati», quali Alfonso Cuarón che nel 2014 vinse l’Oscar per la miglior regia di Gravity (che al pari di La forma dell’acqua fu il film inaugurale della Mostra di Venezia) e Alejandro Gonzáles Iñárritu che trionfò nel 2015 con Birdman.

«Who gave this son of a bitch his green card?», scherzò Sean Penn sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles nell’aprire la busta col verdetto, riferendosi alla green card di Iñárritu, la carta verde che permette agli stranieri di risiedere negli USA. E ora l’Oscar tocca a Guillermo Del Toro. Fra l’altro i tre autori, amici e coetanei intorno ai cinquantacinque anni, hanno fondato insieme la società indipendente «Cha Cha Cha». Ci sono poi lo scrittore-sceneggiatore «di culto» Guillermo Arriaga, e i registi un po’ più giovani Carlos Reygadas (premiato a Cannes nel 2012 per Post Tenebras Lux), Francisco Vargas, Ernesto Contreras, nonché Rodrigo Plá, nato a Montevideo nel 1968, ma attivo in Messico (La Zona, The Delay e Un mostro dalle mille teste). Il Paese è caro alla memoria dei cinefili per gli «sconfinamenti» di Ejzenstein, Buñuel, Welles, o della divina Alida Valli che in Messico girò film, viaggiò verso remote tribù per documentarne i costumi e sposò il regista Giancarlo Zagni (tutto nel 1963). Il Messico è tornato sugli scudi anche grazie a due successi statunitensi come Traffic di Steven Soderbergh (2000) e Crash - Contatto fisico di Paul Haggis (2004), sul passaggio a sud ovest di genti e merci clandestine.

Ritirando l’Oscar, Del Toro ha detto: «Sono solo un immigrato come tanti altri... Sono cresciuto in Messico e ammiravo i film stranieri come E.T. o quelli di Frank Capra. E solo pochi giorni fa mi sono ripetuto: se ti trovi sul podio non dimenticare che fai parte di un lignaggio di cineasti e così voglio dedicare questo premio ai giovani registi che ci fanno vedere tante cose nuove. Ero un bambino, abitavo in Messico e non pensavo che mai mi sarebbe successo tutto questo, ma ci sono persone che sognano e con questi sogni si può parlare anche di cose reali se si ha immaginazione. Quest’ultima è una porta: apritela ed entrate». Breve discorso nel segno del Cinema e del potere delle storie che certo non debbono esibire visti e passaporto.

D’altronde, la notte delle stelle 2018 - la prima dopo lo scandalo Weinstein, il produttore accusato di molestie sessuali - è stata scandita da altri segnali politicamente rilevanti. Il londinese Gary Oldman ha vinto per L’ora più buia, biografia di Winston Churchill che include il famoso discorso antinazista del 1940 suggellato dalla frase «Non ci arrederemo mai!» (una metafora della necessità di leader consapevoli e impavidi). Mentre Francis McDormand, sposata dall’84 con Joel Coen, si è aggiudicata la statuetta per l’interpretazione di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. L’attrice, sul palco, prima ha invitato le colleghe sconfitte ad alzarsi per condividere una standing ovation, quindi ha perorato la causa femminista e il ricorso a una semisconosciuta ma rilevante clausola contrattuale in favore delle minoranze (inclusion rider).

Ancora, la cilena Daniela Vega, interprete di Una donna fantastica cui è andato l’Oscar per il miglior film in lingua straniera, è stata la prima trans dichiarata tra i presentatori della serata. Vega, 28 anni, ha annunciato la performance di Sufjan Stevens, la cui Mystery of Love, colonna sonora di Call Me By Your Name (Chiamami col tuo nome) di Luca Guadagnino, era in lizza per la canzone originale. Chiamami col tuo nome aveva ottenuto altre tre nomination: miglior film, attore protagonista (Timothée Chalamet) e sceneggiatura non originale firmata del grande regista americano James Ivory, tratta dall’omonimo romanzo di André Aciman, ambientato a Bordighera (il film invece è stato girato a Crema). Un film profondamente italiano, nonostante il cast internazionale, giusto in virtù dell’adesione al paesaggio e a un umanesimo che sarebbe difficile riscontrare altrove. C’è un sentore epicureo nell’ordito del film scritto da Ivory - che a Firenze girò il memorabile Camera con vista da E. M. Forster (1986) - finalmente vincitore di un Oscar a quasi novant’anni!

Nell’opera del palermitano e cosmopolita Guadagnino, che a nostro avviso è soprattutto un lavoro di regia (in moviola il barese Walter Fasano), ci sono echi di una sensualità «mediterranea» e una perfetta rivisitazione degli anni ‘80 sullo sfondo di una passione omosessuale, senza perbenismo né sfrontatezza. L’amore tra i due protagonisti (l’altro è Armie Hammer) corrisponde alla forma della giovinezza, che, silenziosa e impetuosa come l’acqua, trasforma il mondo e fa sognare.

Articolo apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 6 marzo 2018.

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