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A dieci anni dalla scomparsa

Mario Monicelli
o della “cattiveria”

Burbero, controcorrente, sempre eretico, il grande regista di "La grande guerra", "Il marchese del Grillo" e "Amici miei" 

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

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Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Mario Monicelli o della “cattiveria”

Mario Monicelli (1915 - 2010)

 Dieci anni oggi  senza Mario Monicelli. Burbero, controcorrente, sobrio, sempre eretico in politica e totalmente agnostico. Orgoglioso della testarda lontananza perfino dalle figlie o dai nipoti, e solitario fino alla scelta di non coabitare nel quartiere romano di Monti con l’ultima compagna Chiara Rapaccini (l’artista RAP), alla quale, vero o leggendario che sia, avrebbe suggerito alcune possibili epigrafi per la sua tomba: «Muoiono solo gli stronzi» e - sublime! - «Non andò mai alle Seychelles». Già, non era simpatico Monicelli o almeno faceva in modo da non apparire tale. Un «maledetto toscano» per dirla con Curzio Malaparte, sebbene fosse nato a Roma e non a Viareggio, come a lungo si ritenne senza che lui smentisse, anzi. Era figlio di un intellettuale raffinato, il drammaturgo e direttore del quotidiano socialista «Avanti!» Tommaso Monicelli, che si suicidò con una revolverata nel 1946 (a certi destini non si sfugge) e Mario confidava di aver pianto l’ultima volta per la morte del padre. Ancora prima di ottenere nel 1942 la laurea in Storia e Filosofia a Pisa (all’epoca non proprio un titolo sciué sciué), aveva cominciato col giornalismo culturale nella discreta «fronda» milanese al fascismo degli anni Trenta del ‘900. I sodali di Monicelli, nella redazione di una rivista tanto in itinere da chiamarsi «Camminare», erano l’editore e scrittore Alberto Mondadori (figlio di Arnoldo e cugino di Monicelli) che ai funerali nel 1976 volle un’unica bandiera rossa per ricordare l’impegno di una vita; il giovane maestro Enzo Paci col suo esistenzialismo imperniato sul «negativo» come opportunità; il filosofo Remo Cantoni; il poeta Vittorio Sereni; il futuro collega di set Alberto Lattuada che avrebbe fondato con Luigi Comencini la cineteca milanese. Uomini d’altri tempi e d’altra tempra, lontanissimi dal narcisismo dilagante dei nostri giorni, consapevoli dei propri talenti come dei propri limiti. Intervistato da Curzio Maltese per «MicroMega» (n. 7/2006), Monicelli argomentò: «Oggi tutti i ragazzi vogliono occuparsi solo di cinema. Credono di potersi divertire dedicandosi a un’attività che non richiede molto studio e fatica. Ormai la cultura è identificata con il cinema. E questo è vergognoso... A me piaceva Flaubert, avrei voluto scrivere come Dostoevskij. Mi sono accorto però abbastanza rapidamente – perché non sono del tutto stupido – che era meglio abbandonare questa ambizione. E ho ripiegato sul cinema, che comunque mi piaceva».

All’indomani della sua scomparsa il 29 novembre 2010, nel consueto festival del commiato, tra le dichiarazioni più autentiche ricordiamo quella di Marco Bellocchio: «La forza di Monicelli era nella sua cattiveria, ovvero nel suo genio, nella fantasia che sforava quasi nel qualunquismo». Invece l’addio meno «monicelliano» andò in scena in diretta su Raitre quando Fabio Fazio e Roberto Saviano elencarono i titoli dei suoi film scanditi da un lungo applauso. Lui che non volle neppure si celebrassero i funerali per sfuggire al rito dell’ultimo battimano magari avrebbe eccepito che due o tre di quelle pellicole non meritavano menzione… A 95 anni, lucidissimo, si tolse la vita come Ernest Hemingway, Primo Levi, Franco Lucentini e Carlo Lizzani tre anni dopo Monicelli. «Che ci volete fare: ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo» dice Alberto Sordi, protagonista di Il marchese del Grillo, echeggiando Li soprani der Monno vecchio di Giuseppe Gioachino Belli e restituendo in una sola battuta un carattere nazionale, un morbo, una sorte comune. Lo stesso Albertone, in coppia con Vittorio Gassman, in La grande guerra, quella del 1915-18, si fa fucilare dagli austriaci pur di non tradire il suo esercito, urlando di essere un vigliacco. Codardia sublimata in «eroismo per caso»: una rilettura della storia patria che La grande guerra condivide con Tutti a casa di Luigi Comencini (sempre con Sordi) ed Estate violenta di Valerio Zurlini, ambientati durante i tumultuosi mesi del 1943 tra la fine del fascismo e l’inizio della Resistenza. Un trittico datato 1959-60, gli anni del boom, della Dolce vita, ma anche il clou della lunga «guerra fredda» USA-URSS con le sue arcigne opzioni tra due campi… Perciò la mitezza italiana pronta a darsi e a farsi coraggio non poteva certo essere apprezzata in pieno.

D’altro canto, nel cinema di Monicelli c’è una schiettezza lontanissima da quell’autoindulgenza o ipocrisia che è un’altra delle costanti antropologiche del Belpaese.  «Che città è questa?», chiede Marcello Mastroianni parlando di Torino. «Una città di merda», risponde Folco Lulli. Il breve dialogo di I compagni condanna la pellicola all’insuccesso sotto la Mole (sebbene fosse girata tra Cuneo, Fossano e Zagabria) e non solo: rifiutata da Venezia, è un fiasco al botteghino. Peccato, perché I compagni - sceneggiato dal geniale duo Age e Scarpelli - è una tragicommedia politica ambientata in un opificio tessile nella capitale industriale di fine ‘800, priva di retorica e con accenti di autenticità grazie alla prova di Mastroianni, il professore agit-prop socialista con barba e occhialini gramsciani ante litteram, in stato di grazia nel medesimo 1963 del felliniano . La proverbiale «cattiveria» di Monicelli nutre la vis comica di Amici miei e Amici miei – Atto II, popolarissima mini-saga fiorentina in salsa goliardica fra metà anni Settanta e primi Ottanta che avrà poi, con esiti meno convincenti, un terzo atto diretto da Nanni Loy. Amici miei è un soggetto di Pietro Germi che lui stesso avrebbe dovuto dirigere se non si fosse ammalato gravemente (morì nel dicembre 1974), sulle prime concepito per Bologna. Monicelli lo trasferisce a Firenze e alterna scenografie assai note con angoli caratteristici e meno frequentati dai turisti. Ecco piazza Santa Croce e piazza Santo Spirito, piazzale Michelangelo e via Porta Rossa nel cui omonimo storico hotel tra i più antichi d’Italia il conte Mascetti-Ugo Tognazzi sorprende la sua amante Titti-Silvia Dionisio a letto con una donna. Ma nel film si vede anche la piazza del quartiere periferico Isolotto dove abita lo squattrinato Mascetti. Lungo via dei Renai c’è il bar «del Necchi» (Duilio Del Prete) e in piazza Cesare Beccaria i vitelloni attempati si fermano a leggere i titoli dei film pornografici davanti al cinema Metropolitan. Con l’aristocratico decaduto e il barista, nel gruppetto ci sono l’architetto Melandri-Gastone Moschin, il capocronista Perozzi (Philippe Noiret, voce narrante del film, doppiato da Renzo Montagnani) e, aggregatosi, il primario Sassaroli-Adolfo Celi che profitta di una infatuazione del Melandri per sbolognargli la moglie, le due figlie, il vorace cagnone Birillo e la governante tedesca. Le loro «zingarate» fanno epoca come la scena degli schiaffi ai viaggiatori in partenza lungo i binari di Santa Maria Novella, tra i quali c’è l’arcigno figlio del Perozzi che lo richiama: «Ma babbo!».  E come dimenticare la «supercazzola»? Sussurrata da Tognazzi secondo una tecnica messa a punto nel varietà televisivo, l’insensato e solenne giro di parole per dire un bel nulla e beffarsi dell’interlocutore diventa un neologismo destinato a entrare nei vocabolari. D’altronde, in certe stagioni della politica la «supercazzola con scappellamento a destra» - oddio, sinistra non esente - potrebbe ben sventolare su un lembo del tricolore. Qualunquismo e misoginia? Può darsi, ma non bisogna dimenticare che Amici miei esce nel pieno degli «anni di piombo» e gli scherzi perfidi del film di Monicelli valgono come altrettanti esorcismi della morte, personale e di una società dominata dal clima lugubre imposto dal terrorismo. Anni cui oltretutto Tognazzi, alter Ugo nazionale dai mille talenti, si presta a una sceneggiata per la rivista satirica «Il Male» che va in stampa come facsimile del quotidiano «Paese Sera» con in prima pagina il titolo «Tognazzi capo delle Brigate rosse» e la foto dell’attore in manette. Per qualche ora non pochi ci cascarono e quando alcuni giornalisti chiesero un commento a Raimondo Vianello, ex partner televisivo dell’«arrestato», la risposta non fu meno geniale: «Lo avevo sempre sospettato».

Si deve anche al trionfo di Amici miei la fortuna della nascente «scuola toscana» della comicità che spadroneggerà per parecchi lustri al botteghino. Parliamo di Roberto Benigni che esordisce al cinema nel 1977 con Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, fratello di Bernardo, ottenendo un discreto insuccesso ma affermando una presenza sapida di umori toscani e di toscanismi che lo porteranno lontano, fino agli Oscar. Di questa «scuola» sono partecipi cineasti dal milieu comune (un’irriverenza di fondo, il gusto dell’affabulazione, l’orgoglio delle radici), ma dagli esiti artistici distanti l’uno dall’altro. Ricordiamo fra gli altri Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti, Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello, Massimo Ceccherini, Paolo Virzì e Giovanni Veronesi che di recente ha reso omaggio a Monicelli rinverdendo in Moschettieri del re alcune atmosfere di L’armata Brancaleone e quindi intitolando Maledetti amici miei un suo show televisivo. Ma anche Matteo Garrone in Dogman centrato su un sottoproletario “piccolo piccolo” (inevitabile il ricordo del Borghese di Cerami e del film con Sordi) e il coreano Bong Joon-ho in Parasite rendono omaggio al cinema melodioso e tragico, poetico e grottesco di Mario Monicelli, sempre straordinariamente empatico verso il pubblico. Lui avrebbe apprezzato? Mah, «un po’ di rispetto, è un cadavere morto!» (Totò e Carolina).

(L'articolo riprende il ricordo di Monicelli pubblicato sul catalogo del Bif&st 2020) 

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