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TU NON CONOSCI IL SUD
Per Alessandro Leogrande, un anno dopo

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TU NON CONOSCI IL SUD

Per Alessandro Leogrande, un anno dopo

Lungo la frontiera con lo scrittore pugliese scomparso il 26 maggio 2017

Una serie di incontri per ricordarlo 

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Per Alessandro Leogrande, un anno dopo

Alessandro Leogrande

E' trascorso un anno della scomparsa dello scrittore e giornalista Alessandro Leogrande (Taranto, 20 maggio 1977 – Roma, 26 novembre 2017), appassionato e rigoroso viaggiatore lungo le frontiere del nostro mondo vissuto: le "macerie" della industrializzazione al sud, le migrazioni e i naufragi, il caporalato e le "eterne" ingiustizie... In Puglia lo ricorderanno varie iniziative, fra cui il Premio Bodini sabato sera 24 novembre nel teatro Apollo di Lecce; la rassegna "In altre parole", sempre nel capoluogo salentino lunedì 26 dalle 18.30 nei Cantieri Teatrali Koreja; e un incontro aperto dalle 18 alle 21 di lunedì 26 alla libreria Dickens della "sua" Taranto (Via Medaglie d’Oro, 129) e uno lo stesso giorno alla Libreria Laterza di Bari. E a Roma ci sarà un ricordo pubblico il 4 dicembre alle 18 nella biblioteca hub "Moby Dick" di via E. Ferrati 3/A (ore 18).

Conoscevamo personalmente Leogrande e della sua assenza siamo ancora increduli: le sue riflessioni mancano molto. Per ricordarlo riproponiamo qui la recensione di "La frontiera" apparsa sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" (7 gennaio 2016) 

Il titolo è western, anzi eastern, visto che La frontiera di Alessandro Leogrande è una linea mobile e marina, da qualche parte verso sud-est. Si pensa subito alle pagine di Conrad, Camus, Sepúlveda che nell’esplorazione dei confini elaborano una sorta di nevrotica maturità e intravedono una ragion d’essere. Un motivo tanto più valido nello scenario globalizzato di oggi. Leogrande, originario di Taranto, per certi versi si è sempre occupato di storie di frontiera nei suoi libri dedicati ai lavoratori neri sfruttati dai caporali nel Tavoliere, ai fumi dell’Ilva e al naufragio della motovedetta «Katër i Radës» carica di albanesi nel Canale d’Otranto. A muoverlo è insomma la passione per le vicende collettive e per i «sommovimenti del mondo lungo i bordi», soprattutto quando vengono negati o demonizzati come nel caso dell’immigrazione.

La frontiera – scritto in prima persona – è al tempo stesso reportage, memoir, «diario di bordo», regesto di esperienze ed incontri con le biografie, le avventure, le tragedie, le ostinate speranze di uomini, donne, bambini tra i flutti del Mediterraneo. Laddove a venire «sommersi» sono persino i «salvati» di quel popolo multietnico, per dirla con Primo Levi. È giusta perciò la collocazione della Frontiera nella collana dei Narratori Feltrinelli (pp. 316, euro 17,00), alla luce dei racconti che suscita e propone in alternativa a quanti accarezzano solo i conti e si perdono nella triste matematica degli arrivi e delle ripartizioni dei profughi fra i vari Paesi europei. Invece, ogni frontiera è una formidabile occasione di rigenerare visioni collettive e caratteri identitari, mette in gioco chi è al sicuro non meno di chi rischia la pelle in mare per attraversarla. È una «metafora dell’esistenza» perché il naufragio coinvolge «lo spettatore» sulla terra ferma, come sostiene un memorabile saggio del filosofo Hans Blumenberg ispirato al De rerum natura di Lucrezio, edito in Italia dal Mulino.

D’altronde, è difficile concepire una società affluente senza un afflato di generosità: la recessione dello spirito europeistico e il trincerarsi nella difesa della moneta comune non preludono ad alcunché di buono neppure per i ricchi. «Nel 1989 il Muro di Berlino non è crollato per essere ricostruito a ridosso del Mediterraneo» – ha scritto il politologo tedesco Claus Leggewie. Il muro crollò, o, meglio, naufragò pure nel Mediterraneo, dando la stura all’esodo dei migranti balcanici, maghrebini, africani, asiatici verso le nostre coste, a cominciare dalla Puglia investita dall’esodo albanese (Leogrande scrive del centro di San Foca). Popoli da un «mondo ex» (Matvejevic) verso approdi occidentali, in cerca di cibo e di lavoro, di migliori possibilità di vita e di libertà. Come può l’Europa non capire e non ricordare? Eppure l’esodo, ricordava Susan Sontag, è l’essenza stessa del nostro tempo.

«Vedere, non vedere» s’intitolano, numerati progressivamente, alcuni capitoli che inframezzano il testo di Leogrande e restituiscono - lungo quasi vent’anni - il percorso di un profugo curdo, Shorsh, fuggito nel 1997 dal regime di Saddam Hussein, in seguito tornato in Iraq e poi di nuovo venuto in Italia, a Bolzano (un’altra frontiera). La sua storia riserva la denuncia e il silenzio, la verità e il pudore, persino le menzogne dell’esule che deve a tutti costi sopravvivere, e fa da refrain a tutte le altre contenute nel libro. Grazie a Shorsh, tra i primi stranieri ad approdare clandestinamente nel nostro Paese, l’autore assume una prospettiva e una relativa «distanza» dalla materia la cui sofferenza sarebbe altrimenti travolgente.

Così Leogrande riflette a ciglio asciutto, senza cedimenti alla retorica del dolore o del «politicamente corretto», mentre ricostruisce le fasi della tragedia di Lampedusa con le sue 360 vittime (3 ottobre 2013) o ci conduce lungo le rotte degli spietati predoni del deserto, nelle fetide galere dell’Eritrea ex colonia italiana, nel Sinai dei trafficanti di schiavi e di organi (sì, reni o cornee espiantati dai prigionieri o dai cadaveri). Tutto questo accade prima, a volte anni prima, che i fuggitivi s’imbarchino verso l’Italia o la Grecia a centinaia sui pescherecci della morte o che azzardino via terra la «risalita» dalla Grecia ai Balcani, ai Paesi nordici. Non c’è solo il male lungo la frontiera, perché s’incontrano uomini della Marina militare, medici, volontari, sacerdoti, pescatori come quel Costantino nativo di Trani che a Lampedusa salvò decine di vite. E affiorano figure quasi leggendarie. Sui giornali o nei salotti tv non si parla di don Mussie Zerai e di Alganesh Fessaha, ma i loro numeri di telefono – riporta Leogrande – sono scritti sui muri delle prigioni libiche o sulle pareti dei camion che attraversano il Nord Africa. Li chiamano in cerca di aiuto gli eritrei, i somali, gli etiopi finiti nelle grinfie degli schiavisti. Lui è un prete cattolico riparato in Svizzera per sfuggire alle minacce dei trafficanti, lei guida un’associazione di volontari a Milano e libera gli ostaggi in Egitto con l’ausilio dell’imam salafita di una famiglia beduina tra le più temute.

«Più riduciamo il popolo del peschereccio affondato al rango di vittime, più allontaniamo il contesto». Ed è il contesto, con le sue molte storie inedite, la forza del libro di Leogrande.

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