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Giovedì 23 Novembre 2017 | 17:55

Braccianti picchiati dopo ispezione

TARANTO - Due braccianti romeni, un uomo e una donna, sono stati picchiati dal 'caporale' e da altri tre connazionali, dopo l’accesso ispettivo dei carabinieri del Nil nel magazzino in cui i lavoratori riponevano nelle cassette la frutta e gli ortaggi che raccoglievano nelle campagne di Ginosa e Castellaneta, perché sospettati di essere 'confidenti' degli investigatori. E’ uno dei particolari emersi nel corso dell’indagine dei carabinieri di Taranto che ha portato all’arresto di un imprenditore italiano di 43 anni e di un suo collaboratore romeno, che svolgeva le mansioni di 'caporalè.
I tre romeni che hanno partecipato alle 'spedizioni punitive' nei confronti dei braccianti (un uomo riportò fratture al volto giudicate guaribili in un mese e una donna lesioni al volto e all’addome guaribili in pochi giorni) sono stati denunciati per lesioni personali. Nel corso dell’ispezione è stata rinvenuta una contabilità parallela portata avanti dai due destinatari delle misure restrittive. L’attività investigativa ha permesso di accertare l’esistenza di un «sistema consolidato di sfruttamento» di almeno 35 lavoratori i quali, una volta reclutati, venivano occupati 'in nero' in condizioni definite 'disumane' e in violazione dei contratti collettivi di lavoro nazionali e provinciali. L’impianto elettrico era stato abusivamente allacciato alla rete pubblica.

Gli inquirenti hanno voluto evidenziare la condizione di disagio ed umiliazione posta in essere dagli arrestati ai danni di lavoratori stranieri che, sistematicamente, erano costretti a lavorare tutti i giorni, senza riposo e ferie, fino a 17 ore al giorno, con una paga oraria pattuita di non più di 4 euro all’ora. Nella realtà la paga oraria comunque diventava di 1,50 euro l’ora e non era mai superiore a duecento euro al mese, al netto delle spese che i lavoratori erano costretti a rimborsare, sia al datore di lavoro, sia al suo 'caporale', per il posto letto, per le sigarette, per i generi alimentari e di prima necessità, oltre a quelle per il trasporto.
I braccianti venivano accompagnati in banca per cambiare l'assegno che veniva loro consegnato, ma all’uscita il caporale tratteneva per sé buona parte di quel denaro. Particolarmente indicativa dello stato di degrado in cui versavano i lavoratori è la circostanza che gli stessi erano costretti ad espletare le proprie necessità fisiologiche all’aperto (erano solo due i bagni: uno esterno e uno interno a una struttura attigua) e a usufruire per soli cinque minuti al giorno delle docce - 6 quelle presenti - in modo promiscuo e contemporaneo. L’Asl ha certificato l’anti-igienicità e inabitabilità della casa rurale nella quale alloggiavano i lavoratori, che dormivano in letti a castello all’interno di un locale le cui pareti erano ricoperte di muffa e spesso facevano capolino topi e scarafaggi.
Gli inquirenti hanno riscontrato numerose violazioni in materia giuslavoristica (ammontano a 114 mila euro le sanzioni amministrative) e sul piano della prevenzione (411 mila euro il totale delle ammende per violazioni al Testo unico in materia di Salute e Sicurezza sui luoghi di lavoro), nonché un’evasione contributiva complessiva di circa 3.886.000 euro. 

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