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sport

Potenza città dello Sport 2021, il mondo su due braccia dell'atleta Donato Telesca

Una forza della natura: muscoli, testa e cuore verso Tokyo

POTENZA - Continua la lunghissima staffetta della Gazzetta verso il 2021, anno di Potenza «Città Europea dello Sport». Dopo «Matera 2019», sarà il Comune di Potenza a condurre la Basilicata in questa nuova avventura internazionale. Continua la staffetta, attraverso le testimonianze dei protagonisti di ieri, di oggi e di domani, tra curiosità, ricordi, aneddoti legati alla loro storia sportiva. E on line sulla Gazzetta le foto e i video-messaggi del nostro fotoreporter Tony Vece.

Dopo l’olimpionico Donato Sabia (26 gennaio), il campione del mondo Franco Selvaggi (2 febbraio) e il portabandiera di nuoto e pallanuoto Roberto Urgesi (10 febbraio), l’allenatore di karate Vincenzo D’Onofrio (17 febbraio), la cestista “buttafuori” Monica Imperiale (24 febbraio), il pilota Vito “Chico” Postiglione (2 marzo) è la volta di Donato Telesca, 21 anni, campione mondiale juniores, categoria 72 kg, di Para Powerlifting, la disciplina di sollevamento pesi che vede competere atleti paralimpici. Titolo conquistato in Messico a dicembre 2017 e bissato poi in Kazakistan a luglio 2019 con un record di 181 kg che gli ha spianato la strada verso le Paralimpiadi di Tokyo. Nato a Pietragalla, non aveva ancora tre anni, quando un incidente domestico gli ha portato via le gambe, ma questo non è mai stato un limite.

Si può dire che da quel momento ha ricominciato a vivere?

«Sono un ragazzo ambizioso, nel tempo mi sono scoperto così. Il mio carattere forte mi permetteva di prendermi tutto quello che volevo. Curiosità e ambizione mi accompagnano nel quotidiano e nello sport».

Doti che l’hanno portata sul tetto del mondo. Ma come è cominciata la sua avventura sportiva?

«Come ogni bambino ero attratto dal mondo della forza, l’incredibile Hulk, i Supereroi, tutti muscolosi. Andavo in piscina. Gli altri bambini andavano a scuola calcio, ma io non potevo. E a 11 anni ho intrapreso il percorso della palestra. Passava il tempo e mi appassionavo sempre di più. Lo sport mi piaceva per il gusto di farlo, mi allenavo per avere un bel fisico».

E poi è diventata un’attività agonistica importante?

«Ho scoperto casualmente la pesistica paralimpica, in una trasmissione televisiva in cui si parlava di sollevamento pesi. Mi sono informato se esistesse questo sport e si potesse competere con altre persone per mettermi in gioco. Ho iniziato ad allenarmi a Pietragalla con Vito Alfano e poi con Giovanni Bruno. Nel 2016, la prima gara regionale, il primo titolo nazionale e la maglia azzurra mi hanno proiettato verso la coppa del mondo a Dubai nel 2017».

E quindi verso le Olimpiadi di Tokyo, anche se i prossimi impegni internazionali sono stati già rinviati per Covid-19 ...

«Devo comunque impegnarmi tanto e continuo a farlo con Sandro Boraschi per trovarmi pronto per le prossime competizioni e naturalmente per le Olimpiadi in Giappone. Le recenti sconfitte di cui si è parlato poco, per me sono le migliori lezioni di vita. Si parla sempre delle vittorie, invece è in questi momenti che un atleta può dimostrare che ci si può risollevare e ritrovare la strada per vincere».

Una sfida continua, quindi...

«Man mano che questo sport mi mette alla prova, l’ambizione sale alle stelle: è quella che mi caratterizza, voglio sfruttarla e migliorare di più».

Sicuramente non è stato facile?

«Ricordo tutto il percorso e le difficoltà incontrate. È la strada normale che hanno seguito tutti. Le difficoltà oggettive sono state annullate grazie alla famiglia e agli amici che mi hanno sempre aiutato. Mi ritengo fortunato, non mi sono mai sentito un peso. Certo il mio carattere è forte e mi ha temprato. Nella mia vita, come per tutti, ci sono state tante difficoltà, ho cercato di superarle anche quando pensavo di non farcela. Ricordo nelle prime gare internazionali, quando le cose non andavano bene, quanti rimproveri ho preso. “Fallo per il tuo sogno, non per gli altri”, mi ripetevo».

Dallo sport alle scelte quotidiane, sempre più sfidanti. Si è mai chiesto che senso ha?

«Vedo cose che altri non vedono. Seguo una stella, quella è il mio sogno».

Nella sua vita ci sono stati incontri importanti?

«Alex Zanardi. Lo incontrai la prima volta a Bologna quando dovevo fare le prime protesi post incidente. “Quando diventerà grande camminerà meglio di me”, disse a mio padre. Parole che lui mi ha sempre ripetuto. Poi l’ho incontrato più volte, anche se lui non si ricordava di quell’episodio. E così era sempre come un nuovo incontro. Una volta mi ha anche prestato la bicicletta che aveva usato per le Olimpiadi di Londra per farmi provare l’hand bike. Ero un bambino e avevo bisogno di uno slancio per la vita, sono andato in bicicletta per tre mesi, poi ho scoperto la pesistica. È Zanardi che mi ha aiutato e spronato verso il mio primo sport paralimpico. Adesso non vedo l’ora di incontrarlo a Tokyo per dirgli. “Sai chi sono io? Quello a cui hai prestato la bicicletta”. Voglio ricordargli da dove sono partito e dove sono arrivato».

Poi c’è stato l’incontro con Olivieri Toscani.

«Stavo studiando quando ho ricevuto una telefonata dal Comitato italiano paralimpico. “Sei disposto a fare una mostra fotografica, ma devi farlo nudo, pensaci e facci sapere”. Secca la mia risposta. “No”, senza neppure pensarci. Invece, mi fecero riflettere. “Hai detto no alla mostra di Oliviero Toscani? La Federazione è contenta dell’iniziativa”. E alla fine ho accettato. Appena arrivato erano in sette ma lui mi ha subito messo a mio agio, mi ha parlato con molta tranquillità. Ero spaventatissimo e al tempo stesso super eccitato. In 5 minuti, mi ha dimostrato tutta la sua professionalità e un cambio di prospettiva. E quando gli ho chiesto di vedere le foto, ero contento. Sembra strano, sei lì senza gambe e quella foto è il risultato di ciò che ti è accaduto. Certo ti toglie una metà, ma poi ti inorgoglisce ammirare quello che hai avuto il coraggio di fare. E ti chiedi: “Sono io?”».

Una foto così bella e forte che ha avuto un grandissimo impatto?

«Eravamo 12 atleti paralimpici e la mia foto è diventata l’immagine di copertina. Ero nudo, senza gambe e non mi ero fermato».

Foto che potrebbero anche entrare in un libro sulla sua storia?

«È un progetto in corso con Donato Di Capua, scrittore di Pietragalla. Un libro a tutto campo sulla mia vita, sulla disabilità, su come combattere davanti ai momenti bui della vita, sulle difficoltà e tanto altro. Uscirà quest’anno e i diritti d’autore andranno in beneficenza».

Guardiamo avanti. Oltre ai pesi c’è l’Università?

«Un percorso ambizioso anche qui: la Bocconi o la Luiss. Ho scelto quest’ultima e sono al secondo anno di “Economia e management” a Roma. Non è stato facile rinunciare a tutte le mie certezze per andare a studiare fuori, dove però posso anche allenarmi di più e meglio. I miei genitori, pur preoccupati, non mi hanno mai limitato. “Conosci le tue difficoltà, scegli quello che ti piace”, mi hanno detto. Sono loro che mi hanno insegnato a inseguire sempre i miei sogni».

E ora quali sono?

«L’anno prossimo dovrei laurearmi. Ci provo, anche io ho solo 24 ore e devo sacrificare qualcosa: meno perdite di tempo inutile e ritmi fuori del normale. Svegliarsi la mattina presto è stancante, ma più si va in alto e più bisogna curare tutti i particolari. Una cura del tempo, insomma, e qualche rinuncia. In un anno e mezzo poche serate in discoteca. Le uscite ogni sera non mi appartengono».

E dopo la laurea, un futuro da manager?

«Studio per l’azienda di famiglia affiancando mamma Maria e papà Giuseppe per renderla una realtà consolidata e di rilievo grazie a un progetto di realizzazione di una filiera completa dalla semina del grano, alla coltivazione, produzione di pasta e consegna. Lo stesso per l’olio. Insomma, studio per far crescere i miei prodotti in quantità e qualità: sono importanti per una sana alimentazione. La mia mission con mio padre, mio zio Rocco e mio fratello Rocco, che ha intrapreso gli studi di Agraria, è di creare un prodotto locale sano da esportare in Italia e all’estero, oltre le nostre “Tre colline” di Pietragalla, che danno il nome alla nostra azienda».

E Pietragalla, cosa rappresenta?

«La mia terra. La porto con me in tutto il mondo. Vorrei starci di più. Ci sono i miei affetti, i miei amici. Fabio con cui condivido le stesse passioni: la palestra e il calcio balilla. E tra i tanti, Simone, Antonello, Francesco, Vincenzo, Benedetto, Piermario e Teo Pio, con alcuni dei quali siamo stati sempre insieme dall’asilo alle superiori».

E ora Potenza Città Europea dello Sport 2021 è una grande opportunità?

«Ricordo quanto sono stati importanti gli stimoli dell’attuale presidente del Cip di Basilicata, Michele Saracino per farmi entrare nella prima squadra di basket in carrozzina. Ora con Potenza Città Europea dello Sport si può fare tanto per gli sport paralimpici e per indirizzare verso queste discipline i ragazzi disabili hanno poche possibilità di fare attività sportive. Penso al nuovo Palazzetto dello sport di Pietragalla, spero possa aprirsi ad altri sport come il tiro con l’arco o la scherma».  

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