Al Teatro Orfeo, nella serata di mercoledì 1 aprile, il Mysterium Festival ha offerto uno dei suoi momenti più suggestivi con «Dalla culla alla croce – La vita di Cristo nel presepe di San Francesco», un oratorio che intreccia spiritualità, narrazione e musica in una forma scenica capace di parlare al presente.
L’opera, firmata da Mario Incudine per testi e musiche, parte da un’intuizione semplice e potente: raccontare la vita di Cristo attraverso lo sguardo dei personaggi del presepe, trasformando quella che è tradizionalmente un’immagine statica in un organismo vivo, corale, pulsante. E proprio questa coralità è stata il cuore della messa in scena.
Sul palco, l’Orchestra ICO della Magna Grecia diretta dal Maestro Michele Nitti e il Lucania Apulia Chorus guidato da Alessandro Fortunato hanno costruito una tessitura sonora ampia e stratificata, capace di alternare momenti di grande solennità a passaggi più intimi e popolari. Gli arrangiamenti di Valter Sivilotti hanno svolto un ruolo determinante in questo equilibrio, fondendo linguaggi diversi senza mai perdere coerenza narrativa.
Al centro della scena, la presenza magnetica di Incudine – voce e strumenti popolari – ha dato corpo a una narrazione che affonda le radici nella tradizione orale, mentre Grazia Di Michele ha offerto un contrappunto vocale intenso e misurato. Accanto a loro, le voci di Anita Vitale e la recitazione di Davide Rondoni hanno contribuito a rendere il racconto ancora più sfaccettato, oscillando tra lirismo e racconto civile.
Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è stata la capacità di mantenere una dimensione “circolare”: la storia, pur seguendo idealmente il percorso dalla nascita alla morte di Cristo, si è sviluppata come un continuo ritorno, un dialogo tra passato e presente. Il presepe, evocato sin dall’origine storica legata a Francesco d'Assisi e al primo allestimento di Greccio nel 1223, diventa così dispositivo teatrale e simbolico, spazio in cui ogni figura – dai pastori ai Re Magi, fino agli animali – assume una voce e una funzione.
Musicalmente, l’inserimento degli strumenti popolari – dalla zampogna alla ghironda, fino alle percussioni etniche – ha arricchito la partitura orchestrale, creando un dialogo fertile tra colto e tradizionale. È proprio in questa contaminazione che l’opera trova la sua identità più autentica, evitando il rischio della retorica sacra per abbracciare una dimensione più umana e accessibile.
Il pubblico ha seguito con attenzione e partecipazione, lasciandosi attraversare da un racconto che non cerca effetti spettacolari ma punta sulla forza evocativa della parola e della musica. «Dalla culla alla croce» si conferma così un lavoro capace di rinnovare la tradizione senza tradirla, restituendo al teatro musicale una funzione antica: quella di comunità, di condivisione, di racconto collettivo.
















