Eppur si muove. Secondo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «la trattativa per la cessione di Acciaierie d’Italia è giunta in una fase decisiva superando tanti ostacoli, alcuni frapposti anche da iniziative piuttosto discutibili, come quella del permanere sotto sequestro probatorio, dopo quasi un anno, di uno degli impianti che era stato riattivato. Malgrado questo, siamo in dirittura d’arrivo superando quella che è stata la gestione di Mittal contabilizzata dai commissari per un danno arrecato all’azienda di quasi 7 miliardi di euro. Per questo è stata attivata una causa risarcitoria».
Urso è intervenuto ieri al question time alla Camera. «Abbiamo lavorato innanzitutto per mettere in sicurezza gli impianti: 1 miliardo e 200 milioni di euro in manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti. Abbiamo poi lavorato - ha spiegato il ministro - per ripristinare una piena funzionalità e a fine aprile avremo due altoforni nuovamente in piena funzione con 4 milioni di tonnellate come ci chiedono le due aziende che hanno proposto di acquisire gli impianti. A fine aprile avremo finalmente una nuova capacità produttiva sino a 4 milioni di tonnellate», ha specificato. «Ci sono tutte le condizioni di fare dell’ex Ilva un grande impianto siderurgico green che ci consente di diventare da qui a 4/5 anni l’unico Paese in Europa a produzione di acciaio interamente green», ha detto il ministro. «Jindal ha presentato un piano industriale collegato agli impianti che sta realizzando in Oman», ha spiegato Urso. Qundi ha illustrato che il piano industriale prevede di integrare la attuale produzione di Ilva (bobine laminate a caldo, tubi e lamiere singole) con prodotti per l’automotive, la difesa e per gli impianti di energie rinnovabili (specialmente turbine e pale eoliche). «I Commissari stanno ora valutando la portata e i tempi degli investimenti che il gruppo intende mettere in campo nonché le relative ricadute in termini di manutenzione e ammodernamento degli impianti, di tutela dell’ambiente e di decarbonizzazione. Nel piano di Jindal è prevista infatti una produzione complessiva di 4 milioni di tonnellate nella fase transitoria (4-5 anni) e di 6 a completamento della transizione, con la tecnologia green, a partire dal 2030». Le proposte hanno «come perno la piena operatività anche degli impianti del nord che rappresentano, assieme al compendio di Taranto, un asset strategico per l’Italia», ha sottolineato Urso.
A quel punto sarà importante un dialogo aperto e costruttivo con le organizzazioni sindacali e con gli enti locali, per condividere il piano e relativi programmi di ambientalizzazione. Poi ci sarà il processo di Golden Power e l’Antitrust europeo, ha concluso il ministro. «Apprezziamo la spiegazione del Ministro, il suo impegno in una vicenda complessa che ha radici e responsabilità da ricercare sicuramente non in questo governo. In questo momento è corretto andare a vedere le proposte, soprattutto quelle di Jindal che garantirebbe 6 milioni di tonnellate di produzione ma - ha detto la deputata di Noi Moderati e vice presidente della Commissione Attività Produttive Ilaria Cavo - non la tutela dell’attuale filiera occupazionale e prevederebbe investimenti per la gran parte all’estero, in particolare in Oman a fronte di un cospicuo impegno economico italiano. L’ultimo di una lunga serie di investimenti, che ammontano a 4 miliardi solo nell’ultimo decennio. C’è chi auspicherebbe il ritorno alla vecchia ricetta della statalizzazione, noi invece, che crediamo nell’economia sociale di mercato, preferiamo parlare della necessità di italianizzare l’Ilva. Abbiamo un’eccellenza di produttori italiani e aziende importanti della filiera, per questo crediamo vadano coinvolte insieme a Cdp, nei modi più opportuni, perché si crei un percorso che porti all’italianizzazione come prospettiva strategica nel caso in cui gli altri percorsi non fossero idonei o sufficienti. Abbiamo bisogno di acciaio, abbiamo bisogno di garantire l’occupazione in tutti gli stabilimenti, di Taranto, di Genova e del nord Italia. Abbiamo bisogno di innovare la produzione e renderla sostenibile».
















