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Operaio morì per amianto
su navi: Marina condannata

Mezzo milione di euro di risarcimento ai familiari di un dipendente di una ditta che operava per conto del Ministero

Operaio morì per amiantosu navi: Marina condannata

Sarà il Ministero della difesa a dover risarcire insieme a una ditta dell’appalto, gli eredi un ex operaio deceduto a causa di mesotelioma pleurico contratto a causa delle inalazioni di amianto presenti nelle navi della Marina militare. Lo ha stabilito il tribunale civile di Taranto che ha accolto la richiesta di risarcimento presentata dai legali dei familiari dell’uomo, gli avvocati Federico Guglielmo Lella e Massimiliano Mineo, e sancito la responsabilità sia del datore di lavoro che del committente.
Secondo quanto si legge nella sentenza, l’uomo ha lavorato dal 1972 al 1998 come «carpentiere saldatore» occupandosi della manutenzione della unità navali che al tempo erano dislocate per i lavori nell’Arsenale di Taranto come dipendente della ditta dell’indotto arsenalizio, ma sotto la stretta vigilanza del personale del ministero.

La perizia disposta dal tribunale ha accertato che «sia le mansioni» svolte dall’uomo che «la continuata esposizione ad amianto, sia la mancanza di idonee protezioni eventualmente fornite dal datore di lavoro» avrebbero generato la malattia che nel 2012 lo ha poi portato alla morte. Per il tribunale civile ionico è accertato che «durante la propria attività lavorativa, sia stato continuamente esposto a sostanze cancerogene senza che i responsabili datoriali abbiano posto a sua disposizione i necessari presidi strumentali o, quanto meno, senza che essi abbiano congruamente verificato che tali presidi, laddove esistenti e disponibili, venissero effettivamente utilizzati». Inoltre nella sentenza si legge che né la ditta per la quale l’uomo lavorava né il Ministero della difesa durante il procedimento giudiziario «pur essendo provato che, quanto meno dalla fine degli anni ‘80 ci fosse piena consapevolezza della nocività dell’amianto, ha offerto alcuna specifica e inequivoca prova in merito all’eventualità che nei luoghi in ove l’uomo ha lavorato effettivamente si controllasse se alcun idoneo presidio venisse in concreto fornito e indossato dal lavoratore». Inoltre i testimoni ascoltati durante il processo hanno dichiarato che «per lungo tempo non vi è stato alcun dispositivo di protezione e che solo dagli anni ‘90 si è provveduto all’acquisto degli stessi, ma non che l’operaio effettivamente li indossasse o fosse obbligato a indossarli».

Elementi che hanno convinto il giudice non solo della responsabilità del datore di lavoro, ma anche del Ministero della difesa che attraverso i suoi organi di controllo e vigilanza all’interno dell’Arsenale avrebbe dovuto far rispettare le norme di sicurezza a tutela dei lavoratori impegnati nella manutenzione delle navi militari.
Ed è quindi per questo motivo che il tribunale ha stabilito che «vi è certamente una responsabilità solidale» della ditta dell’indotto e del Ministero «nella determinazione del danno subito».

Il tribunale, infine, ha stabilito un maxi risarcimento di quasi 500mila euro in favore dei familiari della vittima.
«La sentenza – ha commentato l’avvocato Lella – si segnala, in particolar modo, perché il lavoratore non era un dipendente del Ministero della Difesa, bensì di una piccola società privata “esterna”, che lavorava presso l’Arsenale in appalto. Il Tribunale di Taranto ha però riconosciuto, oltre alla responsabilità del datore di lavoro, anche la responsabilità solidale del Ministero della Difesa, quale committente dei lavori appaltati. La cosa non è di poco conto se si considera che i figli e la moglie del compianto lavoratore si sono visti riconosciuto un maxi risarcimento, assai superiore alle ordinarie liquidazioni locali: il Tribunale ha così sancito il principio per il quale la vita, a Taranto, non vale meno che altrove».

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