Non erano ancora le otto questa mattina quando il suono del takbir, il momento iniziale della preghiera musulmana, ha iniziato a diffondersi per le strade del Libertà, a Bari: centinaia e centinaia di fedeli sono accorsi nei campetti esterni della chiesa del Redentore per festeggiare la fine del Ramadan, l'Aid ael-Fitr (letteralmente «rottura del digiuno»). Secondo la tradizione, non c'è una data precisa per la fine del Ramadan: questa è determinata dal calendario lunare islamico, vale a dire dall'osservazione della prima falce di luna crescente (luna nuova) che annuncia l'inizio di un nuovo mese.
Al Redentore si riunisce la Comunità islamica del Bangladesh: tanti uomini e bambini sono accorsi con l'abito tradizionale del Jilbab, accolti da striscioni e palloncini a forma di luna (poche le donne, ma non per i motivi che un occidentale può credere: in realtà le donne sono esonerate dal raggiungere i luoghi di culto e possono pregare direttamente a casa, è una libera scelta). In via Cifarelli invece, sull'estramurale Capruzzi, c'è la Grande Moschea di Bari, che accoglie la più importante comunità musulmana della Puglia. Lì, tra tanti cittadini stranieri o di seconda generazione, ci sono anche volti autoctoni, che hanno trovato nell'Islam la pace e il senso della vita e che con gioia partecipano alle invocazioni (una delle principali, ora, è che Allah sostenga il popolo palestinese e tutti i popoli in guerra).
Tra questi italiani c'è Soufian, nome di battesimo Luca, un giovane tarantino che questa mattina si è recato alla Moschea in preghiera con quella che definisce una famiglia a tutti gli effetti.
«Il mio percorso di conversione è iniziato circa tre anni fa - racconta Soufian, che ha 22 anni -. Sono di Taranto ma sono venuto a Bari per motivi di studio, frequento la facoltà di Mediazione Linguistica e studio proprio la lingua araba. Qui ho iniziato ad avere rapporti con molta gente di fede musulmana: osservando il loro rapporto con la fede ho iniziato anche io a farmi tante domande, ho iniziato a nutrire dubbi».
«Io vengo da una famiglia cattolica. Mia madre e mia sorella sono rimaste sorprese ma l'hanno presa bene, mio padre un po' meno. Lo stesso vale per gli amici...Da alcuni di loro mi sono allontanato per stili di vita incompatibili con la mia nuova fede». Soufian ha cambiato nome per la sua conversione: una parola araba che è un richiama alla saggezza e devozione.
«Ho studiato molto prima di fare questo passo - continua -. Per la conversione non c'è un rito come il battesimo, ma ho pronunciato un atto di fede, la Shahadah. È la testimonianza di fede islamica, il primo e più fondamentale dei cinque pilastri dell'Islam. Quando l'ho pronunciata la mia famiglia non era con me, però ero circondato dalla comunità della Moschea che mi ha accolto fin dal primo giorno. Non sono l'unico italiano qui, ci sono anche anziani che si sono convertiti, anche donne e gente più piccola. Nel mese del Ramadan sento molto forte la fratellanza di queste persone». (Si ringrazia Chaimaa Zaghloul per aver collaborato questo pezzo)














