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Sit-in di cittadini e associazioni che chiedono la chiusura dello stabililimento

Conte: «Mittal chiede 5000 esuberi, inaccettabile». Governo disponibile a discutere immunità

TARANTO - Ritorna in discussione l’accordo raggiunto il 4 marzo scorso a Milano da ArcelorMittal e i commissari straordinari dell’Ilva per far cessare il contenzioso giudiziario innescato dalla decisione assunta a ottobre dello scorso dalla multinazionale di recedere dal contratto di fitto del complesso aziendale Ilva. E - paradosso tra i tanti che punteggiano ormai da almeno 8 anni la vicenda Ilva - stavolta non perché è stata la stessa multinazionale a metterlo in discussione con il piano industriale inviato al Governo venti giorni fa ma per via dell’udienza fissata per il 2 luglio dinanzi alla presidente Anna Bellesi del tribunale per le imprese di Milano su istanza del Codacons.

L’associazione dei consumatori, che è anche parte civile nel processo «Ambiente svenduto» chiamato a fare luce sul presunto disastro ambientale provocato dall’attività dell’acciaieria di Taranto durante la gestione Riva, si era costituita in giudizio a Milano a sostegno - come Regione Puglia e Comune di Taranto - dell’azione civile intentata dai commissari dell’Ilva contro ArcelorMittal, in quella che il premier Conte arrivò a definire la causa del secolo. Quella causa finì nel nulla perché il giudice Claudio Marangoni, dopo una serie di rinvii, prese atto dell’accordo raggiunto tra le parti, dichiarando l’estinzione del procedimento a spese compensate. Proprio partendo dalla compensazione delle spese, che parte della giurisprudenza ritiene debbano essere a carico della parte che rinuncia agli atti (dunque in questo caso sia ArcelorMittal che Ilva in As), il Codacons chiede al tribunale di Milano di rivedere la sua precedente ordinanza, ordinando alle parti di esibire l’accordo raggiunto e di accertare il diritto dell’associazione alla rifusione delle spese sostenute.

C’è, infatti, un profilo che per quanto accaduto nelle settimane successive rende la nuova tappa milanese della vicenda giudiziaria molto interessante. L’accordo tra ArcelorMittal e Ilva in As continua a restare segreto, tanto che da un lato il Comune di Taranto si vede addirittura costretto a dare mandato all’avvocato Francesco Saverio Marini per impugnare al Tar del Lazio il diniego di accesso all’atto oppostogli il 28 maggio scorso dal Ministero per lo Sviluppo Economico, ritenendo l’accordo «coperto da clausola di stretta confidenzialità, recante informazioni di carattere industriale e commerciale e riguardante, peraltro una fase ancora in itinere di trattative negoziali», e dall’altro è lo stesso Codacons a lamentare che «l’esibizione dell’accordo avrebbe avuto la funzione di permettere di verificare l’esistenza di eventuali vizi di nullità» dello stesso. Senza contare che a accrescere il mistero sui contenuti di quel patto ci si è messa recentemente anche Lucia Morselli, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia che, ospite di Bruno Vespa, ha sostenuto che il Governo sapeva che nell’accordo di marzo erano previsti esuberi, fatto sempre, e anche ora, negato dall’Esecutivo. Ma non sarà facile cavare qualcosa di positivo dal round giudiziario di giovedì prossimo perché sia ArcelorMittal che Ilva in as nelle loro memorie di comparizione hanno attaccato duramente l’azione del Codacons, difendendo davanti al giudice Bellesi quell’accordo che in altre sedi stanno invece ridiscutendo.

Stasera, intanto, un sit-in di cittadini e associazioni per «ribadire le ragioni di una città che chiede chiusura dello stabilimento siderurgico, riqualificazione dei lavoratori, bonifica e riconversione ecologica dell’economia del territorio» si terrà dalle ore 19 alle 21, sotto la Prefettura di Taranto. «Se lo Stato - sottolineano i promotori - ritiene che sia utile salvare la produzione gettando ulteriori miliardi di soldi pubblici in un’azienda che cade a pezzi e senza futuro, allora è necessario che le organizzazioni tarantine e la cittadinanza scendano in strada per raccontare le alternative sostenibili e gli interventi di riconversione che si potrebbero attivare con tali investimenti pubblici».

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