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In Puglia e Basilicata

Il siderurgico

ArcelorMittal, l'appello dei tarantini a Conte: «Chiudete la fabbrica della morte»

Ilva, nel piano Mittal Marcegagliaspuntano oltre 2400 esuberi

Lo scrivono in una lettera aperta al premier Giuseppe Conte gli attivisti di alcune associazioni (tra cui Genitori tarantini e LiberiAmo Taranto) e 123 cittadini

18 Giugno 2020

Redazione online

TARANTO -  «In 8 anni, da un sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo, prima con la gestione statale e dopo con quella del più grande produttore mondiale di acciaio, il governo non è riuscito a risolvere né i gravissimi problemi d’inquinamento né quelli occupazionali, mentre la fabbrica continua a perdere fino a oltre 100 milioni al mese. E’ il momento di cambiare strada, di chiudere la vecchia fabbrica della morte e di dare a Taranto le alternative economiche ed un giusto risarcimento, a partire dall’istituzione di una no-tax area. Adesso dovrebbe bastare, non crede?». Lo scrivono in una lettera aperta al premier Giuseppe Conte gli attivisti di alcune associazioni (tra cui Genitori tarantini e LiberiAmo Taranto) e 123 cittadini.

«Questo governo, al pari dei precedenti dell’ultimo decennio - aggiungono - non ha tenuto e non tiene in considerazione i dettami costituzionali che parlano di lavoro da svolgere in salute, in sicurezza, in un ambiente salubre e con dignità, retrocedendo i lavoratori dell’acciaieria tarantina al ruolo di schiavi». «Perseverare è diabolico - conclude la lettera - dottor Conte, anche quando si parla di una fantomatica 'produzione strategica per la nazionè; anche quando quella 'produzionè continua ad essere una perdita economica che porterà alla catastrofe nazionale; soprattutto quando quella 'produzionè regala morte, malattia, disperazione». 

LE PAROLE DI PEACELINK - «Il benzene continua ad aumentare in questi giorni nel quartiere Tamburi di Taranto, nonostante la produzione dello stabilimento Ilva sia ai minimi storici. Ieri il benzene in via Orsini, nel quartiere Tamburi, è arrivato a 5,7 microgrammi a metro cubo (mcg/m3), valore elevato se si considera la serie storica dei valori rilevati in quel quartiere. A tale valore non si arrivava facilmente neanche ai tempi dei Riva». Lo afferma il presidente di Peacelink Alessandro Marescotti, aggiungendo che «sull'origine del benzene non sembrano esserci dubbi: più ci si avvicina all’Ilva e più i valori salgono. Saliva ieri per il benzene a 6,3 mcg/m3 al muro di cinta dell’Ilva (centralina Meteo-Parchi) e arrivava a 28 mcg/m3 in cokeria. Mentre nella centralina di via Machiavelli (Tamburi), più distante rispetto a quella di via Orsini, il valore era 2,6 microgrammi a metro cubo».
Vi è quindi «una netta progressione. - osserva Marescotti - nella traiettoria che congiunge le quattro centraline di monitoraggio (in parte Arpa e in parte Ispra): via Machiavelli, via Orsini, Meteo-Parchi e cokeria. Siamo in presenza di un fenomeno anomalo che può avere una spiegazione: la trascuratezza nell’attuale gestione degli impianti dello stabilimento siderurgico. Il valore del 15 giugno è il più preoccupante: 8,6 microgrammi a metro cubo di benzene nel quartiere Tamburi (via Orsini)». Il presidente di Peacelink precisa che «l'elaborazione dei dati delle centraline Arpa/Ispra è avvenuta tramite il software Omniscope. Di fronte a questi valori non possiamo che dire una cosa: purtroppo lo stabilimento risulta pericoloso anche a bassi livelli produttivi in queste condizioni di gestione. Ragion per cui il fermo degli impianti appare l’unico modo per tutelare la salute pubblica».

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