L'Altoforno1 dell'ex Ilva di Taranto deve restare sotto sequestro per preservare il luogo in cui si è verificato l'incendio del 7 maggio 2025 e garantire che le indagini, lunghe e complesse, possano proseguire per determinare con certezza la causa dell'incidente e garantire così la sicurezza dei lavoratori. È quanto ha sostanzialmente sostenuto il gip Mariano Robertiello nel provvedimento con il quale ha rigettato l'istanza di Acciaierie d'Italia che chiedeva la revoca dei sigilli dopo i due “no” della Procura nel corso dell'anno precedente. Com'è noto quella mattina di maggio un maxi incendio si sviluppò nell'arco di pochi secondi e solo per miracolo non provocò feriti tra gli operai: allora fu il pm Francesco Ciardo a disporre il sequestro probatorio senza facoltà d'uso per eseguire una serie di accertamenti in modo da individuare la causa di quell'esplosione e garantire la sicurezza dei lavoratori. In entrambi i provvedimenti la Procura chiarì che le attività avevano portato alla luce il mancato funzionamento di alcuni dispositivi di sicurezza e che le attività però non erano terminate e quindi l'impianto non poteva essere restituita alla società. Pochi mesi dopo, alla nuova istanza di dissequestro, è stato il pm Mariano Buccoliero, che ha ereditato il fascicolo di indagine dopo il trasferimento alla Procura di Lecce del pm Ciardo, a negare nuovamenteil dissequestro spiegando che il consulente tecnico avrebbe dovuto eseguire diversi altri accertamenti.
L’avvocato Angelo Loreto, che assiste AdI, ha però contestato che quelle misurazioni in realtà potevano essere compiute già a giugno 2025, ma lo stesso consulente aveva preferito effettuare altre operazioni sull’impianto: la richiesta del perito della Procura, in sostanza, per la difesa dell’ex Ilva arrivava con ritardo in contrasto con le operazioni che, in caso di sequestro probatorio, si dovrebbero compiere con estrema urgenza. Il difensore di Acciaierie d'Italia, inoltre, ha allegato una consulenza di parte che sostanzialmente riconduce il rogo all'errore commesso dall'operatore in servizio quella mattina che non ha azionato il sistema di sicurezza nei tempi previsti, ma ha evidenziato che la società ha adempiuto tempestivamente a tutte le richieste della magistratura e che ogni giorno di fermata dell’impianto genera un danno economico stimato in circa 3,2 milioni di euro, con rilevanti ricadute occupazionali e sociali. L'avvocato Loreto, nella sua istanza al gip, infine, aveva sottolineato che il tempo per la ripartenza dell'impianto è di circa 38 settimane e la permanenza di Afo1 sotto sequestro costituisce un ostacolo alla vendita compromettendo la sostenibilità finanziaria della gestione dello stabilimento e rendendo necessario il ricorso continuo a cassa integrazione per i lavoratori e prestiti ponte dallo Stato.
Il giudice Robertiello, pur riconoscendo che il danno economico e occupazionale è un elemento da tenere in giusta considerazione, ha comunque ritenuto preponderante la necessità di garantire il corretto andamento delle indagini per salvaguardare in futuro la tutela dei lavoratori.
Le indagini della Procura, quindi, proseguiranno con l'impianto ancora sotto sequestro anche perchè, come ha chiarito il magistrato, consentire alla società d effettuare operazioni per la ripartenza significherebbe modificare lo stato dei luoghi e quindi rendere di fatto impossibile assumere altri dati di quell'incidente. Stando a quanto appreso, infatti, la Procura e la sua consulente, dovranno procedere alla mappatura dello stato del rivestimento refrattario dell’impianto in particolare in alcuni punti vicini a termocoppie, cassette di raffreddamento e delle tubiere. Gli accertamenti svolti finora, infatti, hanno portato alla luce l'usura del materiale in alcune aree dell'altoforno, ma non è ancora chiaro se quell'usura sia limitata ad alcuni punti oppure se l'intero impianto versi in quelle condizioni. A questo si aggiungono una serie di analisi dei materiali fuoriusciti per ricostruire le condizioni in cui Afo1 si trovava poco prima dell'incidente.
















