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L'episodio
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Il caso
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La crisi dell’acciaio mondiale morde e Taranto cerca gli anticorpi per resistere. La cassa integrazione straordinaria nello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, scatterà dal primo luglio per 1.400 operai. Ormai ci siamo. Vicino alla sua comunità, in prima linea nella difesa dei diritti fondamentali dei cittadini - salute e lavoro su tutti -, c’è monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto da poco meno di otto anni.

Arcivescovo, prima di tutto, in questo momento di grande incertezza del futuro, qual è il suo messaggio ai lavoratori?
«Il criterio che ho sempre sostenuto è che il bene delle persone cioè della salute dei tarantini e dell’occupazione dei lavoratori deve essere anteposto e difeso rispetto alla logica della massimizzazione del profitto e delle pure leggi del mercato. Taranto ha già pagato un caro prezzo nei confronti dell’industria di tutto il Paese, quello che papa Francesco chiama “debito ecologico”. Le ragioni addotte che parlano di un momento congiunturale di crisi del mercato dell’acciaio non possono essere richiamate a sostegno di scelte che stridono con le condizioni di vendita ottenute e con i sacrifici che già sono stati sopportati dai dipendenti ex Ilva: i patti erano evidentemente differenti. AM ha sottoscritto un contratto di vendita che va rispettato; è doloroso  aggiungere altri lavoratori in Cig ai più di 2500 che lo sono già a zero ore che sono in carico all’amministrazione straordinaria. Non voglio essere assolutamente disfattista. Sono certo che l’azienda ha le forze per affrontare questa crisi che essa stessa descrive come “temporanea” essendo quello dell’acciaio “un mercato ciclico” senza che questa gravi sui dipendenti. Rimango sempre fiducioso che una discussione congiunta tra proprietà, istituzioni e sindacati, potrà scongiurare la decisione e far ripartire le relazioni nel rispetto del piano industriale e degli impegni assunti».

La città è di nuovo in ginocchio sotto i colpi di questa ennesima preoccupazione. Come se ne esce?
«L’incertezza oggettiva va combattuta cominciando a garantire la normalità a questa città. Ad esempio la Asl e l’Arpa certifichino se ci sono o meno problemi per la salute di alunni e corpo docente a causa della contaminazione delle collinette. Al quartiere vanno garantiti plessi scolastici idonei, so di famiglie che stanno addirittura mandando i figli a scuola a Massafra. È necessario garantire la “normalità” a tutti i residenti. Come è necessario rivedere le rendite catastali degli immobili del quartiere i cui prezzi sono crollati a causa delle note vicende. Ritengo anche indispensabile anche in questo momento un intervento dello Stato per sostenere la via del negoziato garantendo innanzitutto la dignità delle persone. Così l’incertezza del futuro può essere superata proprio a partire da uno sforzo da parte di tutti e da un impegno specifico dello Stato che dovrebbe ritenere vitale per tutto il Paese la questione di Taranto e dello sviluppo equo sostenibile del Sud».

Tante famiglie (quasi 1400) interessate dal problema. È a rischio la coesione sociale?
«Mi sembra che la coesione sociale viva una condizione di cronica disgregazione a Taranto e i motivi sono più che evidenti, ma non posso pensare che non ci siano percorsi per rendere più sereno il futuro delle famiglie».

Il 24 il governo torna a Taranto per il Cis e per concretizzare e dare seguito ai tanti progetti avviati dal tavolo. Tra questi ce n’è uno che le sta molto a cuore e che riguarda la rinascita della città vecchia...
«La città vecchia per me è il teorema della rinascita di Taranto, un ritorno alle radici che è vitale per ricostruire una città che ha ceduto alle lusinghe del progresso e delle “comodità” dei tempi recenti, obliando una storia millenaria, gloriosa e tenace. È il banco di prova di una città che vuole progettare e non solo fronteggiare alla meno peggio le emergenze. La rinascita della città vecchia è la palestra di tutta Taranto per vedere se realmente siamo capaci di ricostruire e custodire, quest’ultima una parola sconosciuta nel capoluogo ionico, custodire quindi ed ripopolare creando occasioni di osmosi sociale. Al contempo la storia e la cultura riconosciute alla città vecchia saranno insufficienti fin quando non ci si farà carico dell’emergenza sociale, morale e legale di questa porzione di Taranto che è rappresentativa di tutta la città. Occorre sempre partire dalle persone e dai loro problemi reali. In occasione del Medimex come in tante altre circostanze ho sentito ripetere: “ma Taranto è una città bellissima; pensavamo di trovarvi tutti tristi e avviliti; c’è un popolo accogliente e non depresso”. È proprio la conferma di quello che sempre ripeto: abbiamo problemi molto gravi, ma non siamo morti. La pazienza però ha un limite».

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