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L'intervista

Ciccio Caputo, dalla Murgia con furore

L'attaccante dell'Empoli, approdato in serie A: «Gli inizi a Toritto e Altamura, poi la chance a Noicattaro. A Bari un sogno che si realizza, momenti unici»

Ciccio Caputo, dalla Murgia con furore

Ciccio Caputo con la maglia del Bari

Ciccio Caputo, e se giocassimo ai nomi e alle città, che ne dice?

«Dico che preferisco la playstation, sa, sta per uscire Fifa 19. Ma se proprio insiste, va bene».

Allora cominciamo da un nome, Colasuono.

«Il mio primo allenatore, la prima persona che ha creduto veramente in me. Che ha spinto in tutti i modi, da tutte le parti. Solo che eravamo sempre scartati. Ma anche nei momenti che, da ragazzino, volevo mollare mi ha fatto cambiare idea».

Continuiamo a giocare: Toritto?

«Bellissimi ricordi. Sono cresciuto in quel paese, dopo gli anni alla parrocchia del Sacro Cuore. Il primo gol non me lo ricordo, ma ricordo il campo in terra battuta, le ginocchia e i gomiti sempre rotti, le botte dei difensori, un campo sportivo (il “Murgese”, ndr) dove non si arrivava mai. Viaggiavo su un treno che era guidato da Nicola Liso, quante chiacchire con lui. E poi Onofrio che mi veniva a prendere alla stazione. E soprattutto ricordo i miei compagni e l’allenatore Gianni De Bellis».

Sono passati tredici anni…

«Vito Ancona, Giovanni Chiarappa, Claudio Savoia, Rocco Ferrulli. E il portiere Vito Sabino, che se ne andò troppo presto. Al ricordo, mi commuovo ancora. E poi i tanti ragazzi. Qualcuno mi scrive, mi chiede consigli».

Uno su mille ce la fa.

«Anch’io all’epoca come loro sognavo. A me è andata bene».

Poteva andarle meglio?

«Non rimpiango nulla. Il mio cammino non è stato facile. Ho avuto alti e bassi. Ma da cinque anni a questa parte ho dato un segnale a tutti. Ho trent’anni, sono nel pieno della maturità. Voglio restare ad alti livelli».

Torniamo al passato. La svolta, dopo il biennio all’Altamura, è il Noicattaro.

«Il Real pretendeva un compenso. C’è stato un mese di grandi tensioni. Ero molto preoccupato. Poi Luigi (il dottor Lorusso, presidente del club di Altamura, ndr) ha capito la situazione: l’opportunità che mi si presentava non potevo farmela sfuggire».

Dall’altra parte c’erano Enrico Tatò e soprattutto Daniele Faggiano, altro méntore insieme a Dino Fiore che dal Toritto l’aveva portata in Eccellenza dove ha segnato oltre 30 gol. Che valsero la Rappresentativa di Serie D.

«Vincemmo in Irlanda del Nord, con la Nazionale. Alla fine si sono messi d’accordo con cinque-sei giovani in cambio. A Noicattaro, quando posso vado da nonna Maria: era il ristorante dove quell’anno si andava sempre».

Il primo contratto «prof» non si scorda mai.

«Non mi sembrava vero, avevo una gran voglia di arrivare: ce la misi tutta, avevo 19 anni».

Poi arriva il Bari. Il gol in A col Cesena, il 28 novembre 2010.

«Ma il ricordo più bello è l’esordio in B con la tripletta al Grosseto (25 ottobre 2008, ndr). Quella partita non la dimenticherò mai».

E la notte dopo del San Nicola è stata densa di sogni: Messi, Ronaldo, Del Piero. Prima di Chiavari, qualche anno dopo, s’è rotto qualcosa.

«A Bari sono stato tanti anni, ne sono stato il capitano, conosco tutto e tutti. Era la società di Matarrese, di don Vincenzo, un uomo d’altri tempi. Non ci ha mai fatto mancare nulla, anche nei momenti di difficoltà. L’anno con Paparesta ha portato grandi aspettative ma per nulla facile, la squadra non è andata benissimo. E io, essendo il capitano, sono stato preso di mira. Però alla fine avevo tre anni di contratto e mai avrei pensato di lasciare Bari. Ma arrivi a un certo punto che la vita ti porta a fare delle scelte. E la scelta insieme al mio procuratore è stata quella di andar via».

Bisognava andare in un altro mondo calcistico.

«Avevo tante possibilità, ma quella allora mi sembrava la società e la cittadina più tranquilla e quindi più adatta a me, che poteva consentirmi di rilanciarmi. Avevo bisogno di fiducia dopo quello che era successo. Per fortuna i gol mi hanno aiutato».

L’Empoli è qualcosa di straordinario dal punto di vista calcistico.

«È tutta una favola. E non solo perché si vince».

Se l’aspettava l’esplosione?

«Il progetto c’era e non potevo farmelo sfuggire».

Resta in A?

«Il presidente (Fabrizio Corsi, ndr) non mi manda via. E io ho una voglia matta».

E magari arriva pure la telefonata di Mancini.

«Tutti quelli che giocano al calcio sognano l’azzurro. E, dunque, anch’io.».

Vito Prigigallo

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