Sabato 25 Giugno 2022 | 19:34

In Puglia e Basilicata

L'intervista

Il sindaco di Severodonestk: «Vi racconto l’anima plurale della popolazione del Donbass»

La ricerca della normnalità dopo le bombe

«L'Ucraina cerca ancora la sua identità, pur avendo scelto già la democrazia, con tutte le sue imperfezioni»

16 Maggio 2022

Dorella Cianci

L’anima del Donbass è vistosamente influenzata dalla sua posizione geografica sul confine. È un'anima a più colori e voci, «bastarda» nell'ottica dispregiativa di alcuni, in particolare nei territori filorussi dell’Europa centrale. Tuttavia a guardare le sue spezzettate macerie, si nota subito la gente che non sopporta più quella condizione di pericolo e di disastro sempre in agguato, che chiede un po' di pace, spesso anche a scapito della propria identità. Tutto questo è ben evidente a Severodonestk, dove le forze di Mosca stanno cercando di circondare, da nord e da sud, i due principali centri del Lugansk, ancora in mano agli ucraini. Come ci racconta il sindaco di Severodonestk, Oleksandr Stryuk, l’intera zona, per i civili, avrebbe bisogno di «un cessate il fuoco», dal momento che in tanti vivono senza elettricità e perfino senza acqua.

Stryuk veste da soldato, ma nella sua natura non c’è un’anima violenta e di combattente, bensì c’è un uomo colto, un tempo un grande lettore (come lui stesso vuol dirci), che però, da anni, ha dovuto imparare anche a difendere quelle aree dimenticate sullo scacchiere geopolitico e che, da ottanta giorni, sono tornate sotto i riflettori.

Sindaco, in Europa sta facendo molto discutere il libro dello scrittore Milan Kundera intitolato «Un Occidente prigioniero», che ripubblica, per un editore italiano, Adelphi, due suoi articoli. Conoscendo la sua attenzione alla cultura europea, come leggerebbe quei due articoli, cronologicamente distanti, alla luce dei fatti odierni della sua terra?
«La domanda non è facile per chi è costretto a dedicare poca attenzione ai libri a causa della violenza di quest’invasione. Tuttavia mi viene da dire una cosa: gli articoli di Kundera ci ricordano il grande errore attribuito all’Europa centrale. Siamo nel cuore del continente, ma spesso vorticosamente tirati a est, anche contro la nostra volontà. Secondo i russi noi dovremmo farci assorbire da un passato forte, che non riguarda più neanche loro, perché sono decisamente lontani dal comunismo e immersi, invece, nel progetto di Putin, che vuole recuperare solo l’autoritarismo di quegli anni, la forza e il controllo. Niente di più. Alcuni studiosi del nostro territorio, a Cambridge, hanno studiato il mito del cosiddetto “proletariato del Donbass”, proprio per sfatare, con numerose citazioni, la percezione stereotipata del nostro popolo, come esclusivamente unito – oggi - con la politica delle autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk. Non è così. Ci sono molte sfaccettature e l’articolo di Kundera, quello che sarebbe poi stato letto nel ’68, non serve a spiegarci un’Ucraina in cerca di ovest, ma uno dei tanti Paesi a est che cercano (ancora) la loro identità, pur avendo scelto già la democrazia, anche se con tutte le sue imperfezioni».

Kundera dice chiaramente che le «piccole nazioni», a est, devono saper rifiutare l’interferenza dei «vandali», eppure si ha tanto l’impressione che, sul confine, il concetto stesso di «vandalo», da cui difendersi, sia sfumato e poco chiaro. Che ne pensa?
«Da una parte è vero, dall’altra è evidente che il resto dell’Ucraina ha già scelto dove posizionarsi. Qui sul confine le cose sono diverse soprattutto perché siamo reduci da anni di sofferenze, di brutalità e, spesso, la violenza sfuma anche i concetti più saldi, in nome della paura. Fino alla cosiddetta “rivoluzione arancione”, nel novembre 2004, l’Ucraina era stata considerata dagli economisti come un “paese di transizione”, già fallito. Gli analisti spesso danno giudizi fin troppo netti e le cose non sono bianche o nere. Per cui, al contrario, sono molto gradite le letture come quella che lei mi cita, poiché qui vien fuori anche come queste “piccole nazioni”, fra cui il mio Paese, abbiano saputo smarcarsi dal potere che schiaccia, creando anche un buon crogiolo culturale».

E gli stessi giudizi preconcetti – se non addirittura privi di conoscenza storica - li ritrova sul Donbass?
«La maggior parte delle persone, nel Donbass, voleva qualche cambiamento nella struttura statale dell’Ucraina e nel rapporto della loro regione con Kiev. Quando è stato chiesto di rispondere alla domanda del sondaggio “La struttura statale dell'Ucraina dovrebbe essere...”, sono state presentate 3 risposte. Una pluralità di intervistati (il 40%) ha scelto “federato”; il 38% ha scelto “unitario, ma più decentrato per ampliare i diritti dell’oblast”; e solo l’11% ha votato per “un’Ucraina univocamente unitaria”. La diversità di opinione sulla gestione della cosa pubblica nella nostra regione non ha nulla a che vedere con i soprusi e con l’accerchiamento russo che stiamo vivendo, frutto solo del trascinamento “vandalico”, cui si accennava prima».

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