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Le poesie di Rodari alle porte dell’inferno: storia della volontaria che accoglie e conforta i bimbi profughi

Le poesie di Rodari alle porte dell’inferno: storia della volontaria che accoglie e conforta i bimbi profughi

A Est le sue prime traduzioni risalgono al ‘53 ai confini con la romania Per consolare i più piccoli quelle preziose storie di ridicolizzazione degli autoritarismi, dei dittatori, della guerra

14 Marzo 2022

Dorella Cianci

Edit è una donna ungherese pacifista e collabora, in questi giorni, con grande tenacia e umanità, sul confine romeno, con Save The Children. Distribuisce anche pasti, se occorre, ma non solo. Lei legge favole per i bambini, lì ai bordi della strada, dove ci sono le diverse tende delle ONG, mentre le mamme sono in fila o si preparano per le lunghe file. Lei, se serve, fornisce supporto psicologico proprio con quelle pagine. Legge Rodari in russo, per bambini ucraini, che parlano russo… E sono tanti, soprattutto quelli provenienti dalla costa del Mar Nero.

Questa scena ci riporta ad alcune riflessioni, così tanto attuali, sulla letteratura russa, che, in realtà, è stata spesso letteratura del dissenso. L'enorme popolarità di Gianni Rodari sembra sconfinata e non ci stupisce ritrovarlo qui, dinanzi a scene di guerra. Va ricordato che il suo primo grande successo, all'estero, fu proprio nei paesi dell'Unione Sovietica. Negli anni '60, il suo personaggio, Cipollino, era più famoso, in Russia, di Topolino. A Est le sue prime traduzioni risalgono al ‘53, quando i libri furono pubblicati in Bulgaria, e, poco dopo, nell’ Unione Sovietica. Curatore delle prime traduzioni russe fu il poeta Samuil Marshak, definito da Gor’kij il «fondatore della letteratura sovietica per bambini», ed è attraverso il russo che le parole di Rodari furono “esportate” – nel ‘54 – in Cina e in Mongolia e poi, tra gli anni Settanta e Ottanta, nelle numerose lingue delle repubbliche sovietiche: uzbeko, altai, kazako, jakuto, georgiano, azero, tagico, armeno e tataro. A queste si devono aggiungere il lituano, l’ucraino, l’estone e il lettone.

Chiedendo un commento a Edith, che fa volontariato in Ucraina già da otto anni, nelle principali aree di crisi del Paese, ci dice: «Non so quanto sia stato compreso, in Russia, Rodari! Ovviamente è stato tanto tradotto, anche bene. In quelle zone, le avventure di Cipollino, in cui il protagonista guida la rivolta pacifica contro l’oppressore, si affermarono come l’opera più popolare: sempre nel ‘54 uscirono in Polonia, nella Germania dell’Est e in Cecoslovacchia; successivamente nella mia Ungheria. Poi in Albania e infine in Jugoslavia. Di grande popolarità estera son state anche alcune opere come Gelsomino nel paese dei bugiardi – edito per la prima volta nel ‘63 in URSS – e Il viaggio della freccia azzurra. Perché dico questo? Perché sono, implicitamente, storie di denigrazione degli autoritarismi; di ridicolizzazione dei dittatori; di palese dissenso verso la guerra. Gli intellettuali russi lo avevano ben chiaro e, anche per questo, lo ammiravano. Gli uomini di potere ammiravamo, a mio avviso, la sua fantasia, ma, intimamente, erano convinti che si trattasse di storielle per bimbi, ridimensionandone il vero valore progressista”.

Un anno prima della sua morte, nel ‘79, i suoi libri contavano 9 milioni di copie vendute nel paese, e un notevole numero di adattamenti radiofonici, televisivi e cinematografici. Rodari ricambiava l’affetto sovietico citando nei suoi versi e prosa le città di Kiev e Leningrado, raccontando dello Sputnik e di Jurij Gagarin, della lingua kabardino-balkarica e dei baškiri degli Urali meridionali”.

Onestamente il parere di Edith non è totalmente corrispondente a quello di Rodari stesso, il quale invece riteneva di esser stato ben compreso, nel suo pacifismo, anche dai vertici russi di allora, ma qui, ora, tutto questo conta poco.

“Quel che è importante – dice l’attivista – è quello che Rodari può trasmettere, sul confine, a chi scappa da una guerra e a chi, forse, ha già perso tutto, perfino la sua biblioteca cittadina. Agli storici, in futuro, spetterà il compito di comprendere un po’ meglio la Russia. Credo che la si legga fin troppo spesso coi parametri occidentali. Per esempio, guardando gli anni Trenta, la liquidazione della NEP (Nuova Politica Economica), con il lancio della ‘rivoluzione dall’alto’ staliniana, aprì le porte del decennio in cui furono gettate le basi della società sovietica. Dal mio punto di vista, questo si risolse nell’emergere di una società che è lecito, ad oggi, definire arretrata, pensando di esser progressista. Ciò avvenne in un contesto segnato da esperienze traumatiche, in cui la contraddizione tra pretese ufficiali e realtà quotidiana raggiunse il suo culmine. L’Unione sovietica fu davvero, per usare la felice espressione di Ante Ciliga, il paese della grande menzogna. E noi ungheresi ne sappiamo qualcosa. Credo che anche la Russia di oggi non abbia mai fatto davvero i conti con le menzogne di allora”.

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