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L’altra guerra dimenticata: Afghanistan sempre tragico

L’altra guerra dimenticata: Afghanistan sempre tragico

Viaggio a Sangin, bastione dei talebani fra il nulla e l’oblio. Il più brutale teatro di battaglia nei 20 anni di conflitto, dove gli americani hanno avuto più caduti

11 Marzo 2022

Francesca Borri

Sangin(Afghanistan). Lungo la strada, è tutto giallo. Per ore. Giallo sabbia. Giallo polvere. E a volte, grigio. Nei punti in cui è esplosa una mina. O una bomba di aereo. Poi, a un tratto, nel niente, Google Maps ti dice: Sangin. E sei arrivato.

Perché in realtà, Sangin non esiste più. Capisci l’Afghanistan solo fuori da Kabul. Sangin ha circa 20mila abitanti, all’anagrafe, è nell’Helmand. Il bastione dei talebani. In vent’anni di guerra, è stata il più brutale dei teatri di battaglia: è qui che gli americani hanno avuto più caduti. E per ognuno c’è un nome, una foto. Una storia. Dei morti afghani, invece, non c’è neppure un numero. In vent’anni, non sono mai stati contati. La strada che collega Kabul a Kandahar, le due principali città del paese, e da cui poi prosegui per Sangin, dice molto degli americani.

Ricostruita per 300 milioni di dollari, è stata celebrata come il simbolo di una nuova era di progresso e sviluppo: è lunga 482 chilometri, e larga a stento due corsie, con l’asfalto mezzo affondato. Per gli afghani, è «l’autostrada della morte». E non solo per gli incidenti: ogni pochi metri, si fa di ghiaia, lì dove il cemento è saltato via per uno IED dei talebani, o è crollato un ponte. Passa attraverso aree pericolose per chiunque non sia della zona, perché l’Afghanistan si governa da sé. Da sempre. Indipendentemente da chi è al potere a Kabul. E per il resto, passa attraverso macerie. Macerie di case di fango, di cui non restano che mozziconi di mura. Case da trecento dollari l’una: bombardate da B52 da 70mila dollari l’ora. Si sarebbero sciolte anche con una pompa da giardino.

Il ragazzo che mi fa da guida indica un albero, a un certo punto, e mi dice: Questa è casa mia, sono cresciuto qui - e non c’è niente, solo l’albero: perché spesso, di Sangin non sono rimaste neppure le macerie. Si chiama Amenullah. Ha 18 anni, e combatte da cinque. In sandali e Kalashnikov. Sul suo porto d’armi, alla voce: Professione, c’è scritto: Talebano. Guarda con meraviglia le mie lenti a contatto. Quando gli dico che vengo da una città sul mare, mi dice: Cos’è il mare? La sua specialità sono le imboscate. «Fabbricavamo l’esplosivo con potassio e rottami di ferro. In una padella. Una di quelle per friggere», dice. Ed era facile, dice. «Perché prima di venire, gli americani inviavano gli uomini della sicurezza per un sopralluogo: e noi, ovviamente, subito dopo minavamo tutto. A quel punto, l’unica sicurezza era che sarebbero morti».

Mi guarda. «Vincere è questione di intelligenza», dice. «Non di forza». Non è mai stato neppure a Kabul. Ha visto solo Sangin, nella sua vita. Di cui conosce tutto. E tutti. Tutti i danni collaterali. Uno a uno. In realtà, più danni collaterali, sono stati danni intenzionali. Alcuni si sono ritrovati nel fuoco incrociato degli scontri tra americani e talebani. O in aree dichiarate aree militari. Ma altri, si sono ritrovati semplicemente dove stavano. Ma perché hanno bombardato proprio qui?, chiedo a un uomo che sta nel niente, a bersi un tè su una pietra decorata: unica prova che c’era davvero una casa, qui. C’era davvero vita. «Domandalo agli americani», dice. «Sembrava non volessero afghani intorno. Non solo talebani. Avevano paura di tutti. Un giorno sono venuti a dirci di andarcene, e hanno demolito tutto», dice, tirandosi su una manica, e scoprendo un gomito al contrario: le ossa storte per una frattura non curata. Nessuno è illeso, qui. I pochi muri non crollati sono traforati di proiettili, e così i corpi. Sono tutti una cicatrice, una stampella, un dito che manca. Un’orbita vuota. Un bambino sembra essere stato segato in due, e ricucito con ago e filo. «Se avevi qualsiasi cosa, una pala, una zappa, un cacciavite, pensavano fosse un’arma. E sparavano. E se non avevi niente, sparavano comunque», dice suo padre. «Perché pensavano che l’arma fossi tu. Che fossi pronto a esplodere».

«Ti dicevano: Stateci lontano. Ma sono loro che ci stavano vicino». Come molti, qui, non ha idea di dove siano gli Stati Uniti. Gli chiedo cosa sogna per suo figlio, e mi dice solo: «Che non sia ucciso». La guerra è iniziata il 7 ottobre 2001. In reazione all’11 settembre. Anche se nell’11 settembre, i talebani non hanno avuto il minimo ruolo. E né sono mai stati parte di al-Qaeda. Sono un movimento locale. Afghano. Non arabo. Osama Bin Laden era in Afghanistan, sì, ma solo perché era stato espulso dal Sudan. E alla fine è stato ucciso in Pakistan: per un attentato opera di cittadini dell’Arabia Saudita. Due paesi che sono tra i più stretti alleati degli Stati Uniti. «Ma davvero pensavate di vincere? Combattendo il nemico sbagliato nel paese sbagliato? E ora, davvero non capite come mai sia finita così?», dice. «In vent’anni di guerra, l’unica cosa che avete ottenuto è lo Stato Islamico». «Non abbiamo niente, qui. Siamo poveri da sempre», mi dice Sher Mohammed, tirandomi via da una mina che affiora dal terreno. «Avessero costruito un ospedale, una strada, una cosa qualsiasi, gli americani sarebbero stati i benvenuti. Invece ci hanno tolto anche quel poco che avevamo», aggiunge. Nel 2001, era alla fame un afghano su tre. Ora, uno su due.

A Kabul, il ritorno dei talebani è il ritorno della paura. A Sangin, della pace. Dai talebani, non vogliono la Sharia, perché la Sharia, qui, c’è già. Nell’Helmand, le donne non girano in burqa: non girano proprio. Sono aree così conservatrici che nelle auto, il retrovisore interno è coperto: perché chi guida non sbirci le donne alle sue spalle. «Dal nuovo governo, mi aspetto sicurezza. Ma soprattutto, una casa e del cibo», mi dice Zakira Haq nella sua tenda di stracci. «Ho passato tutta la notte a spostarmi da un punto all’altro, perché pioveva e gocciolava. E per oggi, ho solo del tè», confida, lasciandomi entrare, e dicendomi: Ma cosa altro posso dirti? Non ti basta quello che vedi? Dei talebani dice solo: «Meno male sono tornati». Ma non ti dispiace che tua figlia, però, non studi più?, chiedo. Che le scuole siano state chiuse? Mi guarda. A Sangin la scuola non c’è.

Non c’è niente, qui. Una scuola, un ospedale. L’acqua. L’elettricità. Il telefono. Un distributore di benzina. Niente.

Per la ricostruzione dell’Afghanistan, gli Stati Uniti hanno speso 143 miliardi di dollari. Più del Piano Marshall. Ma tra i progetti del Pentagono, si trovano cose come nove capre italiane da cachemire per il rilancio del tessile: costate 6 milioni di dollari. Nessuno neppure sa dove siano finite.

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