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In Puglia e Basilicata

LA STORIA

Il madonnaro che «salva» il mondo

Il madonnaro che «salva» il mondo

Il madonnaro alla festa

Vicino all’edicola di Piazza Sant’Oronzo, il conforto di ritrovare una presenza artistica e mite

28 Agosto 2022

Luisa Ruggio

La strada è stata il suo Maestro. Ed è lì che lo cerco. Un madonnaro. Un testimone dell’impermanenza del regno delle forme, perché a differenza di ogni altro artista crea con la consapevolezza che la sua opera sarà spazzata via, non resterà a lungo sull’asfalto che per almeno tre giorni ha conosciuto le sue ginocchia, quelle di chi affida ai gessetti colorati il simbolo spirituale e rituale che i mandala sono per l’Oriente e le icone sacre realizzate dai madonnari sono per questo frammento di mondo e d’universo. Nei giorni scorsi, ho visto da vicino l’icona della Madonna della Madia patrona dei pescatori, proprio nella bella Monopoli che ha dato i natali a un artista straordinario trasferitosi poi a Milano: Luigi Del Medico.

Proprio vicino all’edicola di Piazza Sant’Oronzo, il conforto di ritrovarlo, presenza mite, avvolta dal silenzio delle instancabili mani al lavoro, nei giorni dedicati al patrono di Lecce. Infatti, è ricomparso l’inconfondibile blu che segna i contorni del volto del santo vescovo che ti guarda passare dal suolo trasfigurato dall’arte senza tempo di uno fra i più grandi madonnari dei nostri giorni. Mi avvicino a lui in una mattinata luminosa e meno affollata delle altre, colgo un suo raro momento di pausa, gli porgo alcune domande, inizia a raccontare. Mi spiega che dopo questa città, questa festa, lo attende Manfredonia e poi un santuario in Basilicata dove, per via della pandemia, non torna da tre anni. A 67 anni porta questo fuoco ardente nel cuore sacro come nel dono che esprime disegnando da quando era un bambino e al posto dei gessetti usava il carbone, poi è cresciuto recuperando il gesso dei calchi dei piatti e da quel suo prologo in bianco e nero è passato poco alla volta al colore.

Ci vogliono almeno tre chili di gessetti colorati per realizzare l’opera che ha donato ai leccesi in queste giornate di banda e processioni e ambulanti e turisti e pellegrini e bambini coi palloncini all’elio legati ai polsi per non volare via come la polvere policroma di sfumature che il vento di questo fine agosto, come mi ha spiegato il madonnaro, ha sollevato anzitempo. E mentre lui mi parla, lentamente, con calma, mi domando chi sia il vero santo, l’icona o l’artista che fa della sua intera vita una preghiera. Le monetine lampeggiano dalle ombre lunghe dei passanti colti da uno stupore necessario e antico, che ha il sapore del sud e di un’arte dal valore inestimabile dinanzi al quale è fondamentale fermarsi. Non conta più ciò in cui si crede, quale sia la fede, il voto, la grazia chiesta o ricevuta, ciò che conta è quest’uomo che porta in dote l’intero genere umano e senza proclami, fuori da ogni campagna elettorale e discorso ufficiale, con la sua sola bellezza sta salvando il mondo. E, nondimeno, ha l’accortezza di salutarmi con questa fiducia nei madonnari di domani, perché dice che ce ne sono altri, giovani e girovaghi, colonne viventi di un monachesimo diffuso e senza paramenti e giuramenti, piuttosto queste linee della vita sui palmi incrostati di stimmate arcobaleno.

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