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In Puglia e Basilicata

Punti di vista

Quei giganti verdi padri della città

Quei giganti verdi  padri della città

Alberi maestosi che resistono nel loro silenzio vasto quanto le capigliature dei loro rami

20 Marzo 2022

Luisa Ruggio

All’indomani della Festa del Papà, restano da festeggiare ancora i padri della città. E non sono i sindaci dei secoli scorsi ritratti su sfondo cupo nei corridoi di Palazzo Carafa.

Piuttosto, si tratta di alberi maestosi. I giganti verdi che resistono nel loro silenzio vasto quanto le capigliature verdi dei loro rami, affidabili quanto certe ombre che si allungano sconfinando dalle radici nodose dentro le aiuole urbane, in mezzo al traffico delle ore di punta o nella controra domenicale. Per ringraziarli e sedersi vicino ai loro fusti favolosi, basta raggiungere piazzetta Ludovico Ariosto. Infatti, anche se il più maestoso patriarca regna all’angolo di Viale Marconi, solitario e inespugnabile, fa un certo effetto sostare per un poco tra i due colossi che armonizzano la luce intorno alle altalene del piccolo parco di quartiere. Tecnicamente appartengono a una specie arborea originaria della Pampa, la Phytolacca dioica. Ma la verità è che quando un albero ha vissuto 150 anni, è nostro padre. Lo è senza il promemoria delle poesie che da ieri certamente i bambini recitano in riva al tavolo delle ricorrenze, senza zeppole e senza nomi propri di persona presenti o assenti all’appello. Un albero ci è padre perché noialtri, senza farci troppo caso, ne siamo i figli adottivi.

Questi giganti verdi ci osservano trascorrere nella complessità del reale. Mentre gli passiamo davanti, distratti, restano immobili e concentrati. Vanno in scena sulla strada, nello stesso identico posto, sono le costanti di una città metamorfica e di cui hanno imparato a percepire gli abitanti. La società degli alberi, la più alta che ci sia, fa da spettatore assoluto e ci guarda attraverso. Riconoscono i nostri nonni, la diffidenza prudente dei nostri ragazzi, l'analfabetismo paesaggistico che ci permette di crederli ovvietà. Eppure sono la bellezza irrisolvibile che abita il circuito connettivo di Lecce, pur essendo troppo pochi. Quello che fanno è stare lì a restituirci il respiro, l'aria e un certo sguardo. Noi siamo solo i passanti in mezzo alle loro radici, i pellegrini, gli indaffarati confusi dalle notizie che si accavallano. Loro sono le cattedrali sfuggite al metronomo, alla vanità e al senso di orfanità che ci portiamo dentro non riuscendo a imparare il loro linguaggio elementare. Per fare un padre ci vuole un albero.

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