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TARANTO - Gli eroi di Nave Martinengo sono tornati a Taranto. In 111 giorni di missione nel Golfo di Guinea hanno affrontato e messa in fuga squadre di feroci pirati, sono stati presi a fucilate, hanno protetto equipaggi che stavano per essere rapiti e salvato un marinaio cinese crivellato di colpi.

Ad avere l’onore e l’onere d’essere a capo dei 184 membri dell’equipaggio è il capitano di Fregata Daniele Ruggieri. Originario di Martina Franca, la Gazzetta lo raggiunge telefonicamente quando ha appena disfatto i bagagli.

Comandante, cosa è accaduto il 7 novembre?
«È stata una giornata intensa, iniziata al mattino presto con un telex che informava che c’era un attacco di pirateria in corso. Abbiamo valutato la posizione. Era distante, ma raggiungibile. Quindi ci siamo lanciati subito e, appena possibile, abbiamo mandato in volo il nostro elicottero. Contemporaneamente, abbiamo avvertito un mercantile italiano in zona di stare alla larga. Mentre l’elicottero viaggiava (ci ha messo circa un’ora), abbiamo acquisito le informazioni sul mercantile attaccato. Era il “Torm Alexandra”, Compagnia di navigazione danese, bandiera di Singapore. Non riuscivamo a comunicare con l’equipaggio del mercantile. Per evitare di essere sequestrati, si erano rifugiati tutti all’interno della cittadella, un’area protetta, con porte blindate. Finalmente, con un telefono satellitare siamo riusciti a parlarci. È stato emozionante sentire le loro voci. Ci aspettavano con ansia».

Quando li avete raggiunti cosa è successo?
«Il nostro elicottero del 4° Gruppo è arrivato in prossimità e ha visto un’imbarcazione che si muoveva lì vicino. Appena ci hanno visti, quel motoscafo nero, molto veloce, si è dato alla fuga. A quel punto, considerando che l’equipaggio era al sicuro e non era il caso che uscisse perché dovevamo verificare che non ci fossero malintenzionati a bordo, abbiamo seguito i pirati per aver informazioni e identificarli. Tenga conto che noi eravamo ancora a 6 ore di navigazione dall’elicottero, non potevamo aiutarli. Quindi l’elicottero ha provato a inseguire i pirati e ha aperto il fuoco per avvertimento, anche per mettere in chiaro che dovevano lasciare stare la nave e, magari, per cercare di convincerli a fermarsi il tempo necessario a far intervenire la Marina del Benin, responsabile di quel tratto di Golfo di Guinea».

E si sono fermati?
«Hanno continuato la fuga e, soprattutto, hanno risposto al fuoco. Con fucili mitragliatori. Erano particolarmente aggressivi. Dopodiché, il nostro elicottero, acquisiti i dati e fotografati singolarmente tutti pirati (per trasferire le informazioni ad autorità locali e Interpol) è dovuto rientrare. Anche perché non aveva più autonomia e la nave era ancora in avvicinamento. Quando abbiamo raggiunto il mercantile, l’equipaggio era sempre chiuso in cittadella, ma poteva esserci ancora qualche pirata a bordo. Così abbiamo mandato una squadra di sicurezza della Brigata Marina San Marco, con discesa da barbettone dall’elicottero».

Cosa trasportava la nave?
«Trasportava gasolio».

I pirati volevano il carico?
«Nel Golfo di Guinea non mirano al sequestro dell’unità. La saccheggiano, prendono contanti e sequestrano i membri dell’equipaggio per chiedere il riscatto. In effetti, quell’equipaggio era stato tempestivo a rifugiarsi. Però i pirati hanno razziato tutto ciò che hanno trovato: pc, cellulari, la cassa di bordo. Hanno divelto le porte di tutti i locali. Noi abbiamo ispezionato tutto. Abbiamo lasciato la nave solo quando è stata dichiarata “libera“ e l’equipaggio ha lasciato la cittadella. Non ci siamo incontrati. Una precauzione dovuta alla pandemia, il Covid ci ha privati del contatto umano con le persone che avevamo salvato».

Ma non è finita...
«Sette giorni dopo, riceviamo un altro messaggio di allerta su un attacco in corso. Questa volta sul mercantile “Zhen Hua 7”, gestito da una Compagnia cinese. Era ancora più lontano. Il messaggio l’abbiamo ricevuto il 13 pomeriggio e siamo arrivati il mattino successivo. Anche in questo caso siamo entrati in contatto con la Compagnia a Shanghai. L’equipaggio del mercantile è stato impossibilitato a comunicare per diverse ore. L’unica cosa che sapevamo era che i pirati erano a bordo, avevano sparato e avevano preso in ostaggio il comandante. Cose che ci aveva detto il comandante in seconda, con un cellulare satellitare che aveva nascosto in un controsoffitto. Poi s’erano perse le comunicazioni. Il mattino successivo, quasi in prossimità del mercantile, siamo riusciti a ristabilire il contatto telefonico con l’equipaggio. I pirati erano andati via. Avevano rapito 14 membri dell’equipaggio sui 27 totali. E, dei 13 rimasti a bordo, uno era ferito da colpi di arma da fuoco alle gambe. Purtroppo, il marinaio era in plancia quando sono saliti i pirati. E loro sempre, appena arrivano, aprono il fuoco. Lo fanno sia per intimorire sia per danneggiare gli apparati di comunicazione. A quel punto – continua il comandante - abbiamo mandato a bordo il team della Brigata San Marco a protezione del nostro team sanitario, una dottoressa e un infermiere, un pugliese, capo Santoro. Hanno prestato i primi soccorsi, ma il ferito necessitava ospedalizzazione immediata. Eravamo a 80 miglia dall’isola più vicina. Così abbiamo inviato il nostro elicottero in volo e, con il verricello, abbiamo recuperato ferito e team sanitario. Abbiamo portato il marinaio a Sao Tome e lì lo abbiamo trasferito in ospedale. Dopo qualche giorno, la Compagnia di Shanghai ci ha garantito che si sarebbe salvato».

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