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Un occhio dal cielo, capace di osservare il terreno e di trasmettere immagini e informazioni in tempo reale, ad un operatore distante anche migliaia di chilometri, rappresenta una grande opportunità. Non solo nei teatri operativi militari. Infatti l’utilizzo dei droni, in chiave dual use, cioè in missioni di pubblica utilità, dalla ricerca e soccorso alle calamità naturali, alla sorveglianza di un’area specifica, si sta diffondendo sempre più, grazie alla semplicità di impiego e al costo abbordabile rispetto ad altri strumenti tradizionali.
L’Aeronautica militare, con lungimiranza, ha saputo cogliere la nuova sfida e si è candidata a diventare punto di riferimento per quanti hanno la necessità di formare ed addestrare operatori specializzati nel pilotaggio e nell’utilizzo dei vari sensori montati sui droni. Un’attività, rivolta alle altre Forze armate e agli enti governativi, che ha trasformato la base di Amendola in un centro di eccellenza nel settore degli aeromobili a pilotaggio remoto. La scelta, non è casuale. Perché qui hanno sede il gruppo Predator e il team di esperti incaricato di studiare l’evoluzione tecnologica dei droni sia in chiave di sviluppo che di contrasto alle minacce portate dai droni.


 In dieci anni, presso il centro di eccellenza di Amendola, sono stati già formati centinaia di operatori. Tutti a sciola di droni, dunque. Nei corsi - che prevedono una parte teorica con lezioni su materie aeronautiche come la meteorologia, i regolamenti e le normative del traffico aereo, la cartografia, ed una parte pratica con simulatori di ultima generazione - vengono messe a frutto le competenze e le professionalità maturate dall'Aeronautica militare in oltre 15 anni di impiego operativo di sistemi a pilotaggio remoto. Dalla prima missione in Iraq nel 2005, infatti, i Predator non hanno mai smesso di volare per attività di ricognizione e sorveglianza, sia in Italia sia all'estero, superando le 40mila ore di volo (l'equivalente di 1670 giorni, circa quattro anni e mezzo in volo senza mai fermarsi). Una attività molto apprezzata in ambito internazionale, in particolare in Afghanistan, dove i Predator hanno operato dal 2007 al 2015 sotto egida NATO a supporto delle truppe e delle operazioni multinazionali, e tuttora in Iraq, nell'ambito della coalizione anti Isis. Anche in territorio nazionale sono state diverse le operazioni alle quali i Predator  hanno preso parte, da quelle a supporto di forze dell'ordine e di polizia per la protezione di grandi eventi (es. G8, vertici internazionali, Giubileo) e per il contrasto della criminalità organizzata, a quelle di concorso per attività di ricognizione nelle emergenze a favore della Protezione civile e nella lotta agli incendi nel sud Italia. Tutto, naturalmente, parte dalla tecnologia militare. I droni rappresentano gli “occhi” dell’intelligence moderna sul campo di battaglia. Possono seguire un bersaglio “target” rimanendo praticamente invisibili e trasmettere una miriade di informazioni alle forze schierate sul campo. I Predator tricolori non sono armati. Lascelta della politica italiana, finora, è stata questa.


I nostri “robot del cielo” possono solo effettuare missione di ricognizione e di sorveglianza. Senza dimenticare la preziosa attività mirata a sventare agguati con le bombe improvvisate, le temute IED in Afghanistan e Iraq. O il controllo di un percorso, la verifica di eventuali alterazioni alla pavimentazione stradale, la segnalazione di anomalie.
Il Predator è guidato via satellite (quelli italiani per monitorare l’Afghanistan e l’Iraq partono dal Kuwait) e solo per le fasi di decollo e atterraggio è seguito da un equipaggio presente nella stessa base di partenza. Amendola ha anche un nucleo di Predator schierato a Sigonella in modo da coprire la parte sud del Mediterraneo e una fascia di continente africano, lì dove ci sono missioni italiane (dalla Libia al Niger). La missione di un equipaggio (pilota, specialista, addetto all’intelligence, tecnico) dura di solito otto ore, intervallate da turni di riposo così da far volare il Predator anche per una giornata intera. Insomma, sta nascendo una nuova classe di “top gun”, completamente dedicata ai “robot del cielo”. Tenendo presente sempre l’importanza dell’analisi e della valutazione (spetta ancora all’uomo) dei dati raccolti: un particolare di primo piano, che fa la differenza in campo decisionale.   

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